Fondi europei

La riforma della politica agricola rinviata al 2023

Slittano le nuove regole che disciplinano 5 miliardi di sussidi destinati all’Italia

di Alessio Romeo

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L’agricoltura non si è mai fermata durante l’emergenza

Slittano le nuove regole che disciplinano 5 miliardi di sussidi destinati all’Italia


3' di lettura

La riforma della Politica agricola comune post 2020 entrerà in vigore, se tutto va bene, solo nel 2023. È stato infatti raggiunto l’accordo politico tra i rappresentanti del Parlamento europeo e del Consiglio Ue che chiude il trilogo istituzionale con la Commissione. Che a due anni di distanza dall’avvio del negoziato per la riforma, prevista inizialmente per il 2021 in parallelo con il nuovo quadro finanziario dell’Unione, dovrà gettare la spugna e accettare una proroga biennale delle attuali regole (la proposta iniziale prevedeva un rinvio annuale), fino al 31 dicembre 2022. È la prima volta nella storia della Pac che si verifica uno slittamento delle regole che disciplinano l’erogazione dei circa 60 miliardi annui di sussidi garantiti agli agricoltori europei, di cui 5 all’Italia.

Da una parte l’accordo garantisce alle imprese agricole – e agli Stati membri che devono gestire un sistema complesso – una base giuridica certa per la gestione degli aiuti. Dall’altra però certifica il fallimento del progetto di riforma della Commissione, le cui proposte risalgono addirittura al giugno 2018. E avrebbero dovuto garantire la semplificazione degli aiuti alle imprese, soprattutto dei vincoli ambientali che subordinano l’erogazione di una quota dei sussidi al rispetto da parte degli agricoltori di complicate regole sulla diversificazione produttiva, superate nell’attuale gestione solo grazie a continue deroghe.

Tra gli addetti ai lavori la proroga era data ormai per scontata, e la battaglia finale si è consumata solo sulla durata del rinvio. Anche i ministri agricoli europei, nel corso del Consiglio Ue di lunedì, hanno dovuto prendere atto degli scarsi progressi registrati nelle trattative sulla riforma post 2020, che oltre a semplificare i vincoli ambientali prevede una deregulation delle norme Ue a favore di una gestione decentralizzata attraverso i piani strategici nazionali. Proposte che hanno fatto il pieno di critiche perché aprirebbero la strada a una rinazionalizzazione della prima politica economica europea.

«Abbiamo vinto il braccio di ferro che ci opponeva alla Commissione europea ottenendo una proroga di due anni, che ci permette di dare certezze giuridiche ai nostri agricoltori», ha commentato l’europarlamentare ed ex ministro delle Politiche agricole Paolo De Castro. Anche per il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, si tratta di «un’intesa positiva perché assicura un quadro di riferimento stabile per le scelte d’impresa. Mai come in questo momento, gli agricoltori hanno bisogno di chiarezza».

L’accordo dovrà essere ratificato dalla plenaria dell’Europarlamento e dal Consiglio ma non ci saranno sorprese. Il periodo transitorio, ha spiegato inoltre De Castro, «permetterà anche di completare diversi programmi operativi di sostegno a vari settori strategici per l’Italia, come l’apicoltura, l’olio d’oliva e la viticoltura, e di rafforzare le misure di gestione del rischio, abbassando dal 30 al 20% le soglie minime di perdita per l’attivazione dei fondi mutualistici contro le avversità climatiche e dello strumento di stabilizzazione del reddito aziendale. Ora abbiamo il tempo per migliorare la futura politica agricola che deve restare comune e, contemporaneamente, raggiungere una decisione sul bilancio della Pac per i futuri sette anni».

Ed è soprattutto alle decisioni sul bilancio che guardano gli operatori: nonostante la revisione al rialzo delle proposte della Commissione in vista del Consiglio europeo di luglio, con un finanziamento totale di 348,3 miliardi per il periodo 2021-27 (più 15 miliardi dal programma “Next Generation Eu”), le risorse per la Pac saranno inferiori di 35 miliardi rispetto al 2014-20, a conferma del lungo declino che ha portato il peso della politica agricola sul bilancio Ue dagli oltre due terzi degli esordi al 40% attuale, per scendere sotto il 30% dal prossimo anno.

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