giù dal lettino

“La rimozione delle statue”

Più che schierarci tra bisogno di commemorazione agiografica e furore iconoclasta, dovremmo prima di tutto assumerci la responsabilità di essere migliori dei cattivi maestri

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

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Più che schierarci tra bisogno di commemorazione agiografica e furore iconoclasta, dovremmo prima di tutto assumerci la responsabilità di essere migliori dei cattivi maestri


3' di lettura

“In mancanza di persone eccezionali”, recita una vecchia battuta, “in futuro i monumenti avranno solo cavalli”. Davvero amiamo le statue commemorative? Non sono molto meglio un bel discobolo, una Venere di Milo, una madre coraggio o persino il dito teso di Cattelan? (a proposito di battute sulle statue, sentite questa: “Parigi. Un vandalo irrompe nel Louvre e attacca due braccia alla Venere di Milo”). Ci piace così tanto mettere gli uomini (alle donne capita molto più raramente, guarda un po') sul piedistallo?

E passi per i grandi artisti, ma quando le statue sono di statisti, politici o, peggio, militari, le perplessità aumentano. Perché con le statue si corre il rischio di reificare la parte idealizzata e dimenticare quella rimossa.

Mettiamola così: prima di erigere (il verbo ci sembra appropriato) una statua, pensiamoci bene e documentiamoci sull'umano che vogliamo rendere immortale. Raramente sarà privo di ombre, anche se si chiamano Montanelli o addirittura Churchill. Insomma, una volta eretta, la statua, anziché alla memoria, rischia di essere un monumento alla scissione: riflettori puntati sul bene, e le ombre dimenticate.

Ma esistono umani che non sono un miscuglio di bene e di male?

Integrazione vs rimozione

Sappiamo però che la maturità psichica – che dovrebbe comprendere la capacità di elaborare la nostra storia – ha molto ha che fare con la capacità di integrare i diversi elementi del conflitto. Nei termini della psicologia junghiana: conoscere, comprendere e integrare l'Ombra (la parte più nascosta della personalità). E dunque anziché costruire eroi di bronzo, non è più interessante continuare a esplorare la complessità umana? A esplorare il conflitto tra le parti nobili, gli errori, le sviste e le meschinità (pensiamo ai discussi profili di Celine, Heidegger o dello stesso Jung, per esempio), piuttosto che risolvere velocemente il discorso e innalzare la statua? E se proprio vogliamo la statua, che sia garantita la certezza del genio (nel permanere del mistero della sua vita privata). Per dire, Dante, Shakespeare, Marie Curie. Le nostre città, invece, brulicano di statue su cui i piccioni dicono quel che pensiamo. Ci sono gli incommemorabili (schiavisti, dittatori, politici carichi d'ombra), gli pseudocommemorabili (nel dubbio lasceremmo riposare lo scalpello) e i sicuramente commemorabili (i geni e i santi: sono pochi, ma se li incontriamo passeggiando in un parco li guardiamo con ammirazione e affetto).

In queste settimane di statue abbattute o imbrattate, un consiglio stimolante ci viene dallo street artist inglese Banksy che propone di sostituire la statua del mercante di schiavi Edward Colston (abbattuta dai manifestanti di Bristol) con la “rappresentazione” della sua deposizione. Bansky ha suggerito infatti di rimettere la statua al suo posto, farle passare un cavo attorno e contornarla di marmorei manifestanti che la tirano giù… una composizione statuaria dinamica che non rimuove la storia, ma la sovverte. Lasciamo ai lettori immaginare soluzioni ad hoc per esempio per la statua di Indro Montanelli, contestata non per il curriculum di giornalista ma per la nota vicenda africana (durante la guerra coloniale, comprò in moglie, la bambina dodicenne Desta: “La comprai insieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire”).È una proposta provocatoria che invita a riflettere più a fondo.

A Milano imbrattata la statua di Montanelli

A Milano imbrattata la statua di Montanelli

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Iconoclastia

Le statue celebrative portano con sé molti problemi. Da una parte, come abbiamo visto, la reificazione di vite non proprio celebrabili, dall'altra, all'opposto, l'iconoclastia, cioè l'eliminazione da parte dei “vincitori” delle immagini celebrate nella cultura dei “vinti”. Dall'alba dei tempi, la damnatio memoriae è uno strumento di prevaricazione e cancellazione fondamentalista, come nel caso dei magnifici Buddha di Bamiyan, distrutti dai Talebani nel 2001. L'iconoclasta promuove la tabula rasa e rifiuta la storia per riscriverla a proprio piacimento, lasciando così ferite incurabili.

Un insegnamento psicoanalitico

Un insegnamento dello psicoanalista Thomas Ogden (Vite non vissute, 2016, Raffaello Cortina) ci aiuta a trovare una prospettiva storica e al tempo stesso personale che può risultare utile contro i rischi della rimozione (fisica e psichica) delle statue. Secondo Ogden l'obiettivo del lavoro analitico non è quello di “uccidere” metaforicamente i propri genitori, quanto di trasformarli, “migliorandoli”, in aspetti di noi stessi. Dovremmo riuscire a integrare nella nostra identità una versione dei nostri genitori (e dei personaggi storici del passato) che comprenda la «concezione di chi avrebbero potuto diventare e non sono riusciti a diventare per via delle limitazioni delle loro personalità e delle circostanze di vita». E allora forse anche nel caso di cattivi (o cattivissimi) maestri, più che schierarci tra bisogno di commemorazione agiografica e furore iconoclasta, dovremmo prima di tutto assumerci la responsabilità di essere migliori di loro, valorizzando così la lezione della storia.


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