Opinioni

La ripartenza di Milano che tiene conto dei margini

di Aldo Bonomi

(Arcansél - stock.adobe.com)

3' di lettura

Osservare Milano serve sempre per capire le faglie “del non più e le traccia del non ancora” lasciate dalla pandemia. Si è visto tra gli anni 80 e 90 quando alla metamorfosi fordista successe la Milano terziaria ed immateriale, con il dispiegarsi sul territorio di una città infinita forma postfordista dellintreccio proliferante tra produzione, consumo, residenza. Gli anni 2000 avviano un’altra fase, quella dell’emergere della città dei flussi celebrata come nodo di rete globale, fondata sull’intreccio stretto tra economia dei grandi eventi, creatività e ciclo immobiliare, quest’ultimo dopo il 2008 in transizione verso la scala della grande rigenerazione urbana. Una fase che raggiunge il suo culmine emblematicamente con l’Expo e il post-Expo, con la città che si rappresenta soprattutto come grande piattaforma di attrazione dei flussi, simbolicamente rappresentata dallo skyline iconico delle torri.

Il Covid ne ha mostrato la vulnerabilità, bloccando le arterie a rete che ne alimentavano la crescita.

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Ma non è la fine della città, più modestamente è la messa in discussione di un modello di città con l’Expo e i flussi, la città attrattiva, il Salone del Mobile e l’economia delle reti globali che la sorregge. Che non scompariranno certo, ma come tutti avranno l’esigenza di riposizionarsi di fronte al trauma. Perché siamo all’avvio di un terzo ciclo che poggia su due grandi cambiamenti.

Il primo, è dato dal rafforzarsi come motore della crescita di quella che definirei una iper-industria della vita quotidiana, il vero lascito dell’accelerazione pandemica. Le industrie urbane che verranno, metteranno a valore quattro campi chiave del vivere sociale e dell’umano: salute, natura, abitare, sapere, alla ricerca di un nuovo radicamento e coinvolgimento sociale da parte di un capitale si spera più paziente. Lo speriamo davvero, perché le città stanno diventando i motori di una economia che produce valore applicando razionalità industriale e tecno-scientifica non solo alla produzione di beni e servizi, ma alla riproduzione della stessa vita sociale, personale e naturale. Milano e gli assi industriali del Nord, mi paiono i punti del Paese in cui questa trasformazione è più avanzata.

Secondo, la città va riprogettata dal margine verso il centro, non viceversa. Nel riprogettare la città dobbiamo guardare oltre che al mondo che si rispecchia al centro, a ciò che accade a Trieste, a Torino, nel Nord Est alle città intermedie e poi risalire a Milano, capendo che della composizione sociale della città fa parte a pieno titolo anche quell’impresa manifatturiera piccola e media che vive la città come palcoscenico ed intelligenza collettiva per rappresentarsi nel mondo. Emblematico il travaglio del Salone del Mobile nel suo ripartire con difficoltà, nel tenere assieme la Brianza dei produttori e la Milano della rappresentazione.

È necessario partire dal progettare le connessioni a medio raggio e pensare una città che si svilupperà per nuove polarità in quella che una volta era la periferia, l’hinterland e poi la fascia dell’urbano-regionale. È partendo dai margini che si può ricostruire la funzione del centro. I centri non sono più solo piazza Duomo, ma c’è una poliarchia e un policentrismo che è cresciuto, in basso nella società in sofferenza e in alto tra le élite della città. In basso dobbiamo guardare a che cosa rimarrà del travaglio di una composizione sociale molecolare terziaria che sulle economie dei flussi e sui consumi generati ci viveva, dove oggi c’è una parte cospicua dei nuovi vulnerabili da lockdown.

È un sistema flessibile, ma quanti rimarranno sul terreno? Occupiamocene. Perché senza terziario orizzontale dei servizi in basso non si alimenta il terziario in alto. A questa dialettica delle differenze che viene avanti dobbiamo guardare per capire il nuovo ceto medio che sale, usando la leva della competenza e della tecnologia. Dal ciclo delle neo-industrie urbane, nel pubblico come nel privato, potrebbe emergere una nuova generazione di “tecnici”, di ceti medi urbani addensati nelle regioni urbane e negli assi industrializzati del Nord, dalla ex company town Torino alla via Emilia, al Nord Est.

Nella Milano metropolitana è già in atto un rimescolamento delle élite “a tre punte”, con nuovi protagonisti globali nella ristrutturazione industriale dell’abitare, un mondo dell’impresa media e grande anch’esso alle prese con il salto tecnologico, e una poliarchia di autonomie funzionali dalle Università alle Fondazioni, a fare da élite della riprogettazione-rigenerazione della città. Agenzie che introducono un linguaggio e codici di connessione tra privato e pubblico, tra tecnica e civiltà materiale del nuovo vivere la città. Mettiamoci in mezzo nel fare società se vogliamo realizzare l’eterotopia della città in 15 minuti.

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