Occupazione

La ripresa azzoppata Nelle aziende mancano tecnici e ingegneri

Mentre la produzione torna a crescere e supera i livelli pre-Covid, l’industria lombarda fatica a trovare i profili professionali adatti

di Giovanna Mancini

Tra le figure più richieste, gli ingegneri: Dinamica Generale (

4' di lettura

In un territorio che vanta uno dei tassi di disoccupazione più bassi d’Europa (sceso al 5,5% nel terzo trimestre del 2021 secondo gli ultimi dati diffusi da Assolombarda), le imprese lombarde vivono il paradosso di una ripresa dalla pandemia che registra picchi record della domanda, ma si scontra spesso con la difficoltà di reperire manodopera qualificata e adeguata alle esigenze produttive.

Il problema è strutturale, come spiega Federico Clemente, direttore HR di Itema, gruppo di Colzate (Bergamo) che produce macchinari per il tessile da oltre 50 anni, con circa 1.100 dipendenti nel mondo, di cui 600 in Val Seriana, e un fatturato di 308 milioni di euro nel 2021, per il 90% realizzato all’estero. «Da anni mancano sempre gli stessi profili: tutte le aziende della zona, nel nostro settore, cercano ingegneri, di qualunque specializzazione, e tecnici disposti ad andare in giro per il mondo per seguire l’installazione e la manutenzione delle macchine – dice Clemente –. Noi abbiamo sempre cercato di rispondere a questo problema con politiche di Attraction&Retention e con attività di formazione interna, attraverso la nostra Academy o corsi formativi all’esterno. Ora però si aggiunge un tema di contingenza: in questo momento non troviamo nemmeno gli operai con competenze di base, da destinare alle linee produttive».

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Eppure le aziende ne avrebbero un gran bisogno: l’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulle imprese di Unioncamere Lombardia conferma infatti il buono stato di salute dell’economia regionale, nonostante le ormai note difficoltà legate a rincari dell’energia e carenza di materie prime. La produzione industriale lombarda è cresciuta dell’11,2% nell’ultimo trimestre del 2021, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con un incremento medio annuo del 15,6% sul 2020 e del 4,3% sul 2019. Progressivamente, la ripresa si è fatta sentire anche sull’occupazione: le imprese stanno riassorbendo il personale in cassa integrazione, riducendo sensibilmente il ricorso a questo ammortizzatore sociale. Se nel primo trimestre dello scorso anno ne aveva fatto uso il 23,1% delle imprese, negli ultimi tre mesi questa percentuale è scesa al 9,1%, mentre la quota sul monte ore è diminuita dal 2,7% allo 0,8%. I flussi di lavoratori in ingresso e in uscita si mantengono elevati, su livelli paragonabili a quelli pre-Covid, con un saldo vicino allo zero.

Le aziende si contendono i talenti migliori. Che, a sentire gli imprenditori, non sono molti: «Mancano i profili di base. Facciamo moltissimi colloqui, ma i ragazzi che escono dalle scuole non hanno le competenze minime che a noi servirebbero», spiega Alberto Croci, titolare di Techne, azienda della provincia comasca che produce valvole per impianti di Oil&Gas in tutto il mondo, con un fatturato di circa 8 milioni di euro e 45 dipendenti. «C’è uno scollamento tra la formazione scolastica, anche quella professionale, e il mondo delle imprese – prosegue Croci –. Inoltre c’è poca attenzione alle diversità e specializzazioni territoriali. Il Nord Italia ha un tessuto industriale altamente tecnologico e ai giovani bisognerebbe insegnare le competenze di base utili in questo contesto: disegno, trigonometria, matematica. Poi le competenze più specifiche le insegniamo noi in fabbrica, con la formazione interna, anche perché i nostri macchinari richiedono continui aggiornamenti».

È l’annosa questione del rapporto tra mondo dell’istruzione e mondo delle imprese che – nonostante i passi avanti fatti negli ultimi anni, a cominciare dal sistema degli Istituti tecnici superiori (Its) e dei programmi di alternanza scuola-lavoro – evidentemente ancora non funziona come dovrebbe.

Ma c’è anche una questione culturale, osserva Anna Ghiraldi, responsabile Area sviluppo prodotti di Dinamica Generale, azienda della provincia di Mantova specializzata da oltre 20 anni nella progettazione e produzione di dispositivi di analisi e sensori tecnologici, applicati al settore medicale e all’agricoltura di precisione. «In Italia manca una cultura per gli studi ingegneristici, soprattutto nell’area software, come invece c’è in altri Paesi», spiega Ghiraldi. Più che un problema di preparazione dei candidati, in questo caso c’è dunque un problema di scarsità dei candidati stessi che, oltretutto, vengono per lo più intercettati dalle grandi multinazionali con sede nei centri urbani. «Le aziende piccole, come la nostra, e con sede in provincia, sono poco attrattive, anche se i compensi sono allineati a quelli delle grandi imprese e offriamo maggiore flessibilità, perciò anche opportunità di fare carriera», aggiunge Ghiraldi. Per questo l’azienda (circa 25 milioni di euro di fatturato nel 2021, un investimento medio annuo del 10-12% in ricerca e sviluppo) ha deciso di aprire alcune filiali anche all’estero, pur mantenendo in Italia il cuore delle competenze: oltre a quella negli Stati Uniti, dieci anni fa è stata aperta la filiale in Ucraina (con cinque addetti) e nel 2018 quella in Bielorussia, dove oggi lavorano 20 dipendenti dei 150 complessivi del gruppo. «La nostra priorità è però far crescere la sede italiana, perciò siamo alla costante ricerca di professionisti da assumere – conclude Ghiraldi –. Quando troviamo le figure giuste, le prendiamo: facciamo magazzino di competenze».

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