Opinioni

La ripresa della Cina punta sempre più sul digitale

(EPA)

6' di lettura

Primo paese a essere stato colpito dall'epidemia di Coronavirus e primo (auspicabilmente) ad aver superato la fase più critica dell'emergenza sanitaria, la Cina è ora concentrata a far ripartire la sua economia.
Diversi dati relativi al mese di marzo segnalano un recupero dell'utilizzo della capacità produttiva. Il principale indice dell'attività manifatturiera (PMI Manufacturing Index) è balzato a 52 contro il 35,7 di febbraio, superando le attese degli analisti (che stimavano un valore di 45) e riportandosi già sopra la soglia critica di 50 oltre la quale il settore è considerato in espansione.

Intanto, secondo un recente sondaggio dell'Ufficio Nazionale di Statistica quasi il 97% delle aziende cinesi avrebbe ormai ripreso la produzione dopo l'interruzione forzata di gennaio e febbraio.
Segnali incoraggianti arrivano anche dai dati sull'operatività delle fabbriche (consumo di carbone, spedizioni di ferro verso la Cina, tasso di operatività di altiforni e raffinerie, inquinamento urbano, scorte di rame e alluminio) e dall'analisi dei big data come quelli sui livelli di congestione del traffico o sull'utilizzo di elettricità.

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LE FABBRICHE CINESI
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Il CERI – un indice di recupero dell'economia cinese che elabora i dati di geo-localizzazione mobile con tecniche di intelligenza artificiale – è tornato su un sentiero di crescita stabile: dopo il minimo di 25 toccato nella prima decade di febbraio, a fine marzo era a quota 86. Insomma, le catene di fornitura e di produzione (la famosa supply chain) si stanno riconsolidando e anche il settore dei servizi – tra i più colpiti dal lockdown, specie negli ambiti della ristorazione e del turismo – mostra segnali di ripresa.

I primi segni di rimbalzo arrivano anche sul fronte della domanda interna, specie in settori che hanno già potuto beneficiare del parziale allentamento delle misure di contenimento, come l'immobiliare: a marzo le vendite di proprietà residenziali nelle 30 maggiori città del paese sono cresciute di quasi il 9% dopo un tracollo del 99,7% nel mese precedente.
Chiaramente, considerato anche il collasso della domanda estera legato alle misure di confinamento adottate su scala globale, il PIL di quest'anno sarà parecchio sotto le previsioni del 5,9% stimate ante epidemia: al momento gli analisti si aspettano una crescita intorno all'1,4% per il 2020, il che vuol dire una perdita di PIL (income gap) di 4,5%, pari a circa 4500 miliardi di yuan ($640 miliardi).

Ma, anche se il progressivo aumento del debito pubblico ha ridotto gli spazi d'intervento fiscale rispetto a quelli del 2009, il governo di Pechino appare deciso a preservare la potenza economica di un paese diventato in pochi decenni la seconda economia del pianeta e che ha archiviato il 2019 con un PIL di oltre 14000 miliardi di dollari nonostante la guerra commerciale con gli USA.

Già 3000 miliardi di yuan ($425 mld) sono stati messi in campo sotto forma di stabilizzatori automatici, tagli delle tasse e dei contributi sociali, emissioni straordinarie di bond, sostegno finanziario alle piccole e medie imprese, nuovi investimenti infrastrutturali; ed entro fine anno ci si aspetta che lo stimolo fiscale prosegua portando il disavanzo pubblico intorno al 6,5% del PIL e forse oltre.

In parallelo anche la banca centrale cinese (PBoC) ha messo in campo vari interventi tra cui la riduzione dei requisiti di riserva obbligatoria, il taglio dei tassi d'interesse e ripetute iniezioni di liquidità tramite reverse repo (operazioni di pronti-contro-termine inverso) e prestiti straordinari (special re-lending facility) a un pool di nove banche col vincolo di prestare le somme ricevute alle imprese produttive entro due giorni.

Ma soprattutto sono in gioco scelte strategiche che mirano a rafforzare ulteriormente gli investimenti sul digitale. Il razionale è molto semplice. La recente emergenza sanitaria ha modificato le componenti-chiave nella domanda di beni e servizi nella direzione di una vita più ‘domestica' (c.d. stay-at-home-economy). Non a caso tra gennaio e febbraio, mentre le vendite al dettaglio crollavano del 20,5% su base annua, c'è stato un boom delle vendite online di beni che, secondo l'Ufficio Nazionale di Statistica, hanno registrato un incremento del 3%, arrivando a 1123,3 miliardi di yuan ($159,1 mld). In particolare, le vendite online al dettaglio di beni di prima necessità sono aumentate del 7,5%.

Discorso analogo vale per altri beni e servizi accessibili tramite la rete come le consegne a domicilio, l'home entertainment, le teleconferenze e i software per il lavoro da remoto. Un'ulteriore conferma viene dal mercato azionario, dove nel periodo di picco dei contagi, gli indici del comparto IT (Information Technology) e del comparto delle telecomunicazioni si sono mossi in controtendenza rispetto agli indici generali (in perdita) e hanno guadagnato addirittura più di quelli del comparto sanitario.

COSÌ IN BORSA A SHANGAI
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Queste dinamiche e la consapevolezza che il Coronavirus sta ridisegnando le priorità di famiglie ed individui stanno dando nuovo impulso al processo di digitalizzazione forzata del paese attraverso la ricerca e la realizzazione di soluzioni sempre più “a distanza”.

L'economia digitale rappresenta il futuro della Cina, dove già prima dell'epidemia cresceva ad un tasso di oltre il 20% l'anno, occupando circa un quarto della forza lavoro e rappresentando circa il 33% del PIL. Non c'è una sola Silicon Valley cinese, ma piuttosto una galassia di poli tecnologici sparsi in varie città, distretti e intere province. Dalla zona di Zhongguancun dentro Pechino, alla città di Shenzen nella provincia del Guangdong che ospita il quartier generale di Tencent (tra le prime 10 tech companies del pianeta), alla provincia dello Zhejiang, culla di numerose start-up di successo. E, ovviamente, il fermento per le tecnologie digitali che si respira in Cina attira importanti players dal resto del mondo, inclusi nomi celebri come Linkedin, Uber, Evernote e Airbnb.

Lavoro e città stanno diventando sempre più smart, il primo con la proliferazione dei programmi per il lavoro agile e le seconde con un crescente impiego del binomio tra big data e Internet-of-Things (IoT) ossia l'«internet-delle-cose». Espressione che, in termini semplificati, denota un'estensione dell'utilizzo di internet dagli esseri umani agli oggetti che diventano riconoscibili e, soprattutto, ‘intelligenti' in quanto possono comunicare dati su se stessi e riceverli da altri oggetti collegati alla rete. In questo settore, la Cina è già leader mondiale di mercato con il 64% degli 1,5 miliardi di connessioni cellulari globali, comprese le tecnologie LPWAN (rete mobile ad alta potenza) con licenza IoT in rapida crescita.

I fattori critici di questo successo sono molteplici: lo stacanovismo dei cinesi, l'abbondante afflusso di capitali esteri e di venture financing e, non ultimo, la forte spinta propulsiva data dal governo.
Peraltro, anche il settore pubblico è impegnato in numerose iniziative digitali percepite come strumenti validi per migliorare i servizi pubblici e assumere decisioni basate sulla preziosa mole di informazioni ottenibile dall'analisi dei big data. Tra i progetti in cantiere vi è la creazione di un portale unico di accesso ai vari dipartimenti dello Stato ma anche di condivisione e integrazione dei dati tra tali dipartimenti per ottimizzare e massimizzare le informazioni.

Senza contare il ruolo che le tecnologie digitali stanno avendo nell'azione di contrasto al Covid-19. Le autorità cinesi sono ormai pienamente in grado di tracciare i movimenti degli individui, di misurarne l'eventuale contagiosità proprio grazie a soluzioni d'avanguardia che consentono lo scambio e la processazione di informazioni tra telefoni cellulari e altri dispositivi. Ad esempio, sono state sviluppate varie app per assegnare a ogni cittadino un codice di risposta rapida (QR code) che permette di mapparne lo stato di salute, valutarne quindi la pericolosità per la salute pubblica e, infine, dare disposizioni sulla sua possibilità di circolazione.

L'altro ambito di forte espansione delle tecnologie digitali è quello del Fintech: nel 2019 la Ant Financial (del gruppo Alibaba) è stata nominata dalla Banca Mondiale prima compagnia di Fintech al mondo con una capitalizzazione di 150 miliardi di dollari. E mentre anche i pagamenti avvengono sempre più in modalità digitale, di recente la PBoC ha fatto trapelare di aver completato la fase di progettazione di alto livello di una valuta digitale di banca centrale e di aver avviato le bozze dell'impianto normativo che ne governerà la circolazione.

Il tutto poggia, come noto, sull'architrave del 5G, la nuova infrastruttura di rete cellulare a banda larga che consentirà di sostenere l'enorme crescita nel traffico della rete internet attesa per i prossimi anni. Non a caso sul 5G si concentra una parte importante del confronto-scontro tra il Regno di Mezzo e gli Stati Uniti. Una disputa commerciale che si giocherà sempre più sul digitale per contendere qualcosa di ben più grosso: la leadership mondiale.

E se, come ho scritto due settimane fa, la FED continua a detenere il privilegio esclusivo di stampare la valuta di riserva globale, la Cina rappresenta la minaccia maggiore per gli Stati Uniti anche su questo fronte. A marzo gli otto paesi della Shangai Organization Cooperation (SCO), tra cui Cina, Russia e India, hanno deciso di utilizzare le loro valute nazionali anziché i dollari per il regolamento degli scambi commerciali e degli investimenti bilaterali. Tenuto conto che la SCO copre il 60% del continente euroasiatico e quasi la metà della popolazione mondiale, la decisione ha il potenziale di mettere in discussione la primazia del dollaro come valuta internazionale. L'ennesimo ambito in cui essere first mover sul digitale potrebbe fare la differenza. Mentre l'Europa, intrappolata nei suoi vecchi schemi, appare sempre più condannata al ruolo di spettatrice passiva. Danno o beffa del coronavirus.

Marcello Minenna, Direttore dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli
@MarcelloMinenna
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