Istat

La ripresa dell’export parte da Nord Ovest e Mezzogiorno

Positive a gennaio (+0,4%) le esportazioni verso i paesi extra Unione Europea

di Davide Colombo

2' di lettura

Negli ultimi tre mesi del 2020, chiuso con un bilancio pesantissimo sul fronte delle esportazioni (-9,7% il calo a livello nazionale, il più ampio dal 2009), le vendite all’estero hanno rialzato la testa soprattutto al traino delle regioni del Nord, che da sole valgono il 75% del totale. In particolare tra ottobre e dicembre Istat stima una crescita congiunturale dell’export più ampia per il Nord-ovest (+6,5%) e il Sud e Isole (+5,7%), più contenuta per il Centro (+3,6%) e il Nord-est (+3,4%). Un rimbalzo che fa ben sperare per le prospettive dell’anno, visto che a gennaio, le esportazioni verso i paesi extra-Ue hanno mostrato un miglioramento (+0,4% rispetto al mese precedente) e la produzione industriale è aumentata di un altro punto. Vale ricordare che a dicembre il commercio mondiale di merci in volume, sia pure in decelerazione rispetto al mese precedente ha continuato ad aumentare (+0,6% in termini congiunturali, secondo i dati del Central planning bureau, superando i livelli pre-Covid. E a febbraio il PMI globale sui nuovi ordinativi all’export, è tornato, dopo due mesi consecutivi, a mostrare livelli compatibili con una prosecuzione della ripresa degli scambi mondiali.

«C’è una recente ripresa delle vendite all’estero che lascia ben sperare per le dinamiche del prossimo futuro, anche con riferimento al Mezzogiorno» ha osservato ieri Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, a commento dei dati Istat. Secondo Esposito per promuovere lo sviluppo è ora importante investire nell’innovazione digitale: «Il Covid ha penalizzato nella prima fase i territori più aperti ai mercati internazionali - ha spiegato - ma adesso che le esportazioni stanno riprendendo, e la digitalizzazione appare una chiave strategica anche per l’internazionalizzazione, dobbiamo evitare che si possano aprire nuovi divari». Secondo una ricerca del Centro Studi Tagliacarne il 16% delle imprese esportatrici ha già investito nell’adozione delle tecnologie 4.0 contro l’8% di quelle che non esportano. Ma il Mezzogiorno è più indietro. Nelle statistiche flash diffuse ieri si offre un primo spaccato del brutto film andato in onda nell’anno della pandemia per il made in (or by) Italy. La riduzione delle vendite di macchinari e apparecchi da Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, di metalli di base e prodotti in metallo dalla Lombardia e di prodotti petroliferi raffinati da Sardegna e Sicilia spiegano per 3 punti percentuali la contrazione dell’export nazionale. Una caduta solo in parte compensata dall’aumento dell’export di metalli di base e prodotti in metallo da Toscana e Lazio e di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici da Toscana, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna e Abruzzo, che hanno dato un contributo positivo di 1,3 punti alla variazione delle esportazioni. A soffrire sono state le vendite di beni e servizi della Lombardia verso la Germania (-10,9%) e la Francia (-12,8%) e del Lazio verso gli Stati Uniti (-36,0%). Per contro, apporti positivi sono venuti dall’aumento delle vendite della Liguria verso gli Stati Uniti (+95,2%), del Lazio verso Belgio (+18,5%), Germania (+7,9%) e Polonia (+46,5%) e della Toscana verso Cina (+20,9%) e Francia (+3,7%). L’anno scorso tutte le regioni, a eccezione del Molise (+26,0%), hanno registrato riduzioni dell’export: dalle più ampie per Sardegna (-40,6%) e Sicilia (-24,2%), alle più contenute per Liguria (-0,7%) e Basilicata (-4,4%).

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