Interventi

La ripresa del dopo virus passa dall’Asia

Paradossalmente la recessione da coronavirus, invece di interrompere la progressione della Cina, potrebbe imprimerle un’accelerazione

di Alberto Forchielli e Fabio Scacciavillani

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(EPA)

Paradossalmente la recessione da coronavirus, invece di interrompere la progressione della Cina, potrebbe imprimerle un’accelerazione


4' di lettura

Deng Xiaoping nel 1979 spiegò al Primo ministro giapponese Masayoshi Ohira che la Cina – ancora allo stremo dopo il trentennio di devastanti follie maoiste – si riprometteva di quadruplicare in termini reali il Pil e il Pil pro capite entro il 2000 per rientrare nel gruppo di testa delle economie mondiali. Sembrava fantascienza, invece entrambi gli obiettivi furono raggiunti in anticipo, rispettivamente nel 1995 e nel 1997.

Paradossalmente la recessione da coronavirus, invece di interrompere la progressione della Cina, potrebbe imprimerle un’accelerazione. Indubbiamente la quarantena draconiana nell’Hubei e le altre misure anti-contagio su scala nazionale hanno tramortito l’economia. Il Pil del primo trimestre 2020 è collassato del 6,8% su base annua, e tutti i dati mensili di febbraio sono sprofondati. Però, con inusitata rapidità, già da marzo, il quadro ha assunto tinte più rosee, con previsioni di crescita per il 2020 riviste al rialzo dall’1% a oltre il 2 per cento. Al contrario, nelle altre grandi economie le aspettative puntano a un crollo del Pil tra il 5% e il 12 per cento.

Scendendo nei dettagli, gli indici dei direttori degli acquisti (Pmi) delle imprese industriali e dei servizi – gli indicatori anticipatori più affidabili – da tre mesi confermano una significativa ripresa delle attività e della domanda. Infatti la produzione industriale a maggio è salita del 4,4%, dopo il 3,9% di aprile ed è destinata a espandersi. Analoga conferma viene dagli investimenti: il tracollo del 24,5% nel bimestre gennaio-febbraio, è stato in buona parte riassorbito nei mesi successivi, tanto che a maggio il calo è stato contenuto a poco più del 6 per cento. Anche le vendite al dettaglio (incluse quelle di auto) precipitate di oltre il 10% a gennaio, a maggio sono state inferiori di appena il 2,8% rispetto a un anno prima, nonostante la zavorra della ristorazione (-18,9%) e delle altre attività come istruzione, cultura e intrattenimento, limitate dal distanziamento sociale.

L’impulso alla ripresa deriva, in parte, dallo stimolo a cui il governo ricorre ogni qualvolta l’economia rallenta: aumento del debito pubblico per finanziare infrastrutture (+10,9% a maggio) e costruzioni (ospedali, reti di telecomunicazioni, impianti elettrici, ristrutturazioni urbane ecc.). Non a caso la produzione di cemento e acciaio è tornata rapidamente ai livelli pre Covid-19. Tuttavia, in rapporto al Pil, le cifre degli interventi di emergenza in Cina finora sono state una frazione di quelle varate in America, Europa e Giappone. Secondo il Fmi le spese straordinarie ammontano a 4,2 trilioni di yuan (4,1% del Pil), destinate principalmente a infrastrutture, sanità, sussidi a disoccupati e migranti, sgravi fiscali. A ciò si aggiungono gli interventi della banca centrale: 5,1 trilioni di yuan (lordi) di liquidità immessa nel sistema bancario; 1,8 trilioni di yuan per il credito agevolato alle piccole e medie imprese (specie per le forniture mediche), riduzione del tasso di interesse di 30 punti base, riduzione degli interessi sulle riserve in eccesso di 37 punti base, e varie altre agevolazioni per banche e imprese, ad esempio uno schema da 400 miliardi di yuan per prestiti a tasso zero che coprano il 40% dei nuovi crediti alle aziende.

La relativa cautela delle autorità cinesi dipende dal fatto che l’economia ancora non ha riassorbito i 4 trilioni di yuan di debito emessi per contrastare la crisi del 2008-09, a cui si aggiunse un’ondata di prestiti bancari, che oggi equivalgono a metà del Pil mondiale. Anzi, a giudicare dalle dichiarazioni, il governo intende affidarsi meno alle politiche di stampo keynesiano e spingere sulle riforme strutturali che irrobustiscano i mercati, sostengano l’adozione di tecnologie avanzate e migliorino l’allocazione delle risorse. In sostanza i prossimi stimoli invece di concentrare gli investimenti nelle infrastrutture fisiche, svilupperà i settori del futuro come i veicoli a guida autonoma, l’intelligenza artificiale, la telemedicina o le reti 5G. Ovviamente l’orizzonte non è sgombro da nubi. Se i focolai di contagio (come quello scatenatosi nel mercato all’ingrosso di Pechino) si intensificassero le conseguenze sarebbero disastrose. Inoltre, gli ordinativi dall’estero si stanno esaurendo, e il traino dell’export (calato del 3,8% su base annua) si affievolirà. Infine, un’escalation delle tensioni commerciali e geopolitiche con gli Usa (che Trump tenderà a esacerbare in vista delle elezioni) getterebbe un’altra manciata di sabbia nell’ingranaggio della ripresa.

Ma al momento la grande confusione sotto il cielo sembra propizia a Pechino. Cumulando i differenziali di crescita stimati dal Fmi per il 2020 e il 2021, la Cina infliggerà agli Stati Uniti un distacco di circa 12,5 punti percentuali di crescita e all’area euro di ben 14. Per di più, la locomotiva cinese trascinerà tutta l’Asia. I Paesi dell’Asean-5 (Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia) nel 2020-21 cresceranno di oltre il 4% mentre il Pil dei Paesi avanzati sarà ancora di 3,6 punti percentuali inferiore a quello del 2019. Persino l’India in questo biennio dispiegherà un tasso di crescita positivo, per quanto di poco sopra l’1 per cento. Insomma, finita la pandemia, i Paesi sviluppati si troveranno ad arrancare, mentre il baricentro dell’economia mondiale si sarà spostato prepotentemente, inesorabilmente verso l’Asia.

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