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La ripresa M&A può accelerare con tecnologie e maxi liquidità

In primo piano fintech-pagamenti, pharma, tlc-media e packaging. Più frequenti operazioni di cessione su piccole e medie imprese

di Carlo Festa

Illustrazione di Mirko Camia

3' di lettura

In epoca di Covid cambia il mondo delle fusioni e acquisizioni, anche in ambito legale. Mutano i settori d’interesse per gli investitori, ma si trasformano anche le modalità di lavoro: dalle due diligence fino alla contrattualistica. È una vera rivoluzione quella che hanno dovuto approntare i grandi studi legali, italiani ed internazionali.

«Dal punto di vista operativo - spiega Giorgio Fantacchiotti, socio corporate e responsabile del private equity e del marketing per Milano dello studio Linklaters - direi che il mutamento causato dalla pandemia è stato indolore: grazie agli strumenti tecnologici siamo stati in grado di lavorare da remoto come se fossimo stati in studio. La nostra struttura internazionale, che conta su 3mila avvocati e ha 30 uffici in 20 Paesi, non ha cambiato le modalità di lavoro anche sul versante delle operazioni di fusione e acquisizione». «Chi si era organizzato già prima della pandemia in termini di piattaforma tecnologica e smart working ha retto bene al Covid e anzi ha persino tratto qualche vantaggio dall’esperienza. Realtà più piccole e meno organizzate hanno forse sofferto maggiormente» afferma Paolo Sersale, partner dello studio Clifford Chance e responsabile dell’area Corporate M&A per l’Italia . «Di sicuro negli anni pre-covid gli studi avevano puntato sull’espansione senza guardare al business model. Il Covid ha creato una selezione nel settore e una maggiore attenzione ai costi» dice Stefano Valerio, managing partner di Gatti Pavesi Bianchi Ludovici.

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Se poi si guarda al mercato, è fatto di luci ed ombre. «Non c’è dubbio - osserva Gianluca Ghersini, partner dello studio Gianni Origoni - che il numero di operazioni sia diminuito, soprattutto se si confronta con il 2019: pesa l’incertezza sulla crescita delle aziende target. Però bisogna dire che c’è stata una ripresa ed è andata molto meglio di quanto si temesse nel marzo del 2020, quando è iniziato tutto. Alcuni settori, come il business services, il farmaceutico, il tecnologico e il packaging, hanno avuto migliori performance. Ora c’è attesa per un’accelerazione più robusta delle operazioni, fissata a settembre anche in virtù della campagna vaccinale».

L’altro punto fermo resta la grande liquidità presente sul mercato. «Una serie di settori non si sono fermati - precisa Sersale – e anzi in diversi casi hanno beneficiato della situazione. Basti pensare al settore della sanità e della tele-medicina, alle Tlc e ai servizi finanziari in remoto. Ci sono poi gli effetti della massiccia liquidità iniettata sul mercato dai piani di recovery. In molti casi i multipli restano alti e non è ancora chiaro se siano destinati a tenere nel tempo o se siamo destinati a vedere un riassestamento».

La tipologia di investitori non è invece cambiata: «Gli investitori esteri non sono scappati. E, oltre ai financial sponsor, quindi ai classici private equity, anche alcuni operatori industriali si sono attrezzati per le operazioni di acquisizione» indica Fantacchiotti. «Di sicuro - aggiunge Ghersini - gli investitori esteri non sono andati via, come ad esempio dopo la crisi Lehman Brothers». Sul mercato i legali si trovano sempre più spesso a dover affrontare operazioni di cessione su piccole e medie imprese. «Intanto - spiega Valerio - stiamo notando un forte aumento delle operazioni tra i 50 e i 350 milioni di valore. Un’altra tendenza, che si è accentuata con il Covid, è che diversi imprenditori stanno cominciando a prendere in considerazione di vendere o comunque di far entrare soci di minoranza, per avere le spalle più larghe. In ogni caso i tempi delle operazioni si sono allungati».

Ma si sta aprendo anche un nuovo filone di investimenti, quello degli strumenti ibridi, a metà tra finanziamento ed equity. Si tratta di un’area dove i legali sono fondamentali. «Ci sono sempre più operatori finanziari - spiega Michele Briamonte, managing partner di Grande Stevens International - che puntano a fornire soluzioni miste anche con strumenti di ingegneria finanziaria più avanzata: così sono sempre più utilizzati prodotti come notes, bond o cartolarizzazioni, per porre un rimedio alla carenza di liquidità e come alternativa al canale bancario tradizionale; si tratta della creazione di un vero e proprio “money market”. Inoltre osservo nella mia esperienza che in Italia, fino a oggi terreno di investimento soprattutto da parte di operatori statunitensi e anglosassoni, si affacciano player della finanza europea e mitteleuropea, anche come conseguenza indiretta di Brexit».

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