Opinioni

La ripresa passa dall’industria, non dallo stato

È dalle aziende che operano sui mercati e si confrontano con la concorrenza internazionale che arriverà una ripresa economica sostenibile.

di Stefano Manzocchi

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(ANSA)

È dalle aziende che operano sui mercati e si confrontano con la concorrenza internazionale che arriverà una ripresa economica sostenibile.


3' di lettura

L’estensione del perimetro dello Stato nell’economia in tempo di crisi o di emergenza non è certo una novità per il capitalismo, e precede le riflessioni e le intuizioni geniali di John Maynard Keynes negli anni tra le due Guerre Mondiali. Gli esempi abbondano, alcuni virtuosi e altri assai meno. Più complesso e accidentato, in diversi casi, il percorso di rientro della presenza pubblica nell’economia verso dimensioni compatibili con gli equilibri finanziari e le preferenze sociali, ovvero con un livello di debito pubblico e di tassazione sostenibili. Il tema, quindi, riguarda il ritorno a un processo di sviluppo economico e sociale dove lo Stato svolga senz’altro i suoi ruoli, ma che metta al centro i motori della crescita di medio e lungo periodo. Tra le due crisi recenti, quella del 2008/9 e quella attuale, la nostra economia è stata trainata da due elementi: le esportazioni e, tra il 2015 e il 2017, gli investimenti privati. Entrambi questi driver sono oggi in stallo, con variazioni che il Centro studi Confindustria stima attorno -15% quest’anno. Difficile immaginare che un percorso di ripresa e poi di sviluppo di medio periodo possa prescindere da un nuovo slancio di queste componenti di domanda.

I prodotti manifatturieri rappresentano il 98% delle esportazioni di beni italiani e l’80% delle esportazioni totali (compresi i servizi). Senza l’industria manifatturiera, sarebbe quindi impossibile raggiungere un equilibrio della bilancia dei pagamenti correnti, che è la condizione per sostenere la crescita di un’economia aperta nel medio e lungo periodo. Secondo la Banca d’Italia, nel 2019 l’economia italiana ha registrato un avanzo delle partite correnti pari a 53,4 miliardi di euro (3% del Pil), dovuto principalmente ai 61,4 miliardi di esportazioni nette di beni. Assieme a un’eccedenza dei flussi di reddito primario di 13,9 miliardi di euro, ciò ha più che compensato il disavanzo dei servizi (-2,1 miliardi) e dei flussi di reddito secondari (principalmente trasferimenti netti verso l’Ue: -19,9 miliardi). In prospettiva, le nuove dinamiche della globalizzazione richiederanno un forte posizionamento delle imprese italiane nel contesto delle filiere europee, nell’ambito sia della riorganizzazione globale delle produzioni post-Covid sia dei programmi di sviluppo Ue dal Green Deal alla Digital Europe. Solo in una prospettiva di mercato, con il raccordo tra imprese italiane medie e grandi depositarie di più competenze e tecnologie, e imprese piccole spesso partner indispensabili e flessibili a monte e a valle delle filiere, e con le antenne ben posizionate su preferenze e sentiment dei clienti sui mercati europei e globali, si riprenderà il filo interrotto della crescita dell’export italiano dell’ultimo decennio.

Il settore manifatturiero è inoltre la principale fonte di investimenti tecnologici in Italia, quindi il principale motore della crescita della produttività a lungo termine per la sua economia. Nel 2017 il 51,3% degli investimenti lordi in R&S proveniva dal settore manifatturiero, ben al di sopra del contributo dei servizi ad alta intensità di conoscenza (30,8%). Analogamente, per quanto riguarda le tecnologie integrate in nuovi macchinari e attrezzature, nello stesso anno la manifattura ha attivato il 43,7% della spesa totale, seguita dal settore pubblico (amministrazione pubblica, difesa, istruzione, salute e assistenza sociale) con una quota del 10,6 per cento. Più investimenti tecnologici, più innesti di competenze tecniche e manageriali nelle aziende, e una dedizione alla crescita della dimensione d’impresa e della produttività sono le chiavi. È ormai dimostrato che il capitale immateriale delle industrie determina sia la partecipazione alle filiere internazionali sia l’estrazione da esse delle maggiori quote di valore aggiunto, il che è sinonimo di maggior produttività.

Nel percorso di progressivo rientro nell’alveo di una dimensione fisiologica della presenza pubblica nell’economia, sarà cruciale selezionare bene le priorità della spesa pubblica. In prospettiva, più competenze e una gestione più efficiente dei processi nella Pubblica amministrazione sono missioni prioritarie rispetto ad altre, al pari della buona attività di regolazione e controllo, e della fornitura ai cittadini di beni pubblici. Ben vengano proposte di coordinamento e di stimolo alle iniziative del settore privato nel quadro dei programmi europei, con la domanda pubblica ben orientata e con investimenti dello Stato in nuove tecnologie e capitale umano. Ma è dalle aziende che operano sui mercati e si confrontano con la concorrenza internazionale, dalle loro risorse e dall’ambiente favorevole con il quale il Paese saprà farle interagire, che arriverà una ripresa economica sostenibile.

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