varietà autoctone

La riscossa dei vitigni rari (e dimenticati) per la gioia dei cultori del vino

Nessun altro paese, tantomeno la Francia, vanta un patrimonio così ricco di varietà. In passato anche espiantate, oggi riscoperte e apprezzate in tutto il mondo

di Federico De Cesare Viola

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Un panorama di vigneti di Casa Setaro a Trecase, alle pendici del Vesuvio, con vista sul Golfo di Napoli

4' di lettura

Il Biancolella a Ischia, il Pignoletto sui Colli Bolognesi, il Cesanese nel Lazio, il Picolit nel Collio, la Tintilia in Molise. E ancora l’Asprinio di Aversa, il “grande, piccolo vino” descritto da Mario Soldati, con la sua tipica coltivazione ad alberata; il Nasco, antichissimo vitigno a bacca bianca che nell’entroterra di Cagliari ha trovato il terroir ideale; e il Prié Blanc, capace di adattarsi a condizioni climatiche estreme in Valle d’Aosta. Sono solo una piccolissima parte (alzi la mano chi li conosce tutti) degli oltre 500 vitigni autoctoni ufficialmente riconosciuti in Italia, uno straordinario patrimonio di diversità che nessun altro Paese può vantare. Basti pensare che in Francia il 90% dei vigneti è coperto da una ventina di varietà solamente, molte delle quali così diffuse a livello mondiale – dallo chardonnay al merlot, al pinot noir - da essere considerate “internazionali”.

Autoctoni sono naturalmente pure il Sangiovese - che è il vitigno a bacca nera più coltivato in Italia, nelle sue numerose varietà con cui si producono, tra gli altri vini, il Chianti Classico o il Brunello di Montalcino - o il Nebbiolo - principe delle Langhe, da cui nascono il Barolo e il Barbaresco - così come il Fiano, l’Aglianico del Vulture, il Nero d’Avola, la Barbera, il Verdicchio o la Ribolla Gialla. Ma sono uve, queste appena citate, che godono di grande notorietà anche fuori dai confini e che sono familiari a qualsiasi appassionato di vino.

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La vigna vecchia di Raboso del Piave della cantina Cecchetto a

Diversa la sorte di molti altri vitigni nel corso dei decenni passati: abbandonati, dimenticati o espiantati a favore di altri più comuni e riconosciuti dal mercato, in altre parole “di moda”. E spesso non perché dessero vini meno buoni ma perché magari di difficile coltivazione, di scarsa resa o poco resistenti alle malattie, e dunque non adatti al fabbisogno agricolo nella società del passato. Oggi, per fortuna, molti wine lovers cercano e celebrano nuovamente l’unicità e l’identità territoriale e così si stanno progressivamente studiando e rivalutando tante produzioni tipiche.

Basti pensare al Timorasso, ad esempio, poco docile vitigno dei colli tortonesi che negli anni Ottanta era caduto nell’oblio – tanto più in una terra di nobili rossi - e che oggi, grazie all’ostinazione di un personaggio visionario come Walter Massa, occupa il posto che gli spetta tra i grandissimi bianchi italiani. Suoi alcuni dei cru più emblematici, come Sterpi e Costa del Vento: vini sapidi, inconfondibili e con una grande longevità. Ma importante è il lavoro anche di altri vignaioli come Claudio Mariotto, autore di versioni particolarmente eleganti, e di Elisa Semino de La Colombera, a Vho, produttrice del single vineyard La Montina, dai sentori resinosi e di idrocarburi.

In Trentino, tra tanti vitigni internazionali, non va trascurata la Nosiola, un’uva bianca fragrante e duttile da cui nasce uno dei migliori vini dolci italiani, il Vino Santo, ottimo per carattere e freschezza nella versione di Giovanni Poli Santa Massenza. E il Raboso del Piave? È uno dei vitigni più antichi del Veneto, rustico e apparentemente indomabile, con un ciclo vegetativo molto lungo. Dà vita a vini dal bouquet intenso e complesso, che possono invecchiare bene. Tra le interpretazioni più interessanti e di qualità ci sono quelle dell’azienda agricola Cecchetto a Tezze di Piave, che produce anche una originale declinazione spumantizzata, il Rosa Bruna, e un Raboso Passito con precisi sentori di marasca e datteri. Nella Marca Trevigiana c’è anche la cantina Ca’ di Rajo, altrettanto impegnata nella salvaguardia e promozione del territorio del Piave attraverso la coltivazione della Marzemina Bianca o del Manzoni Rosa, ad esempio, e con un sorprendente vino Tai ottenuto da un vigneto allevato a Bellussera, antico metodo di allevamento della vite.

Complicato da lavorare è il Caprettone, vitigno vesuviano (entrato nel registro nazionale solo nel 2014) che in passato è stato spesso confuso con il Coda di Volpe e usato per tagliare la Falanghina. Chi invece l’ha capito e valorizzato è stato Massimo Setaro, pioniere della spumantizzazione con Metodo Classico sul vulcano, tanto che in questi giorni ha fatto il suo debutto anche il primo Dosaggio Zero da uva Caprettone (da vecchie vigne a piede franco, molte prefillossera): il “Pietrafumante” di Casa Setaro, bollicina di grande freschezza e sapidità, con note agrumate. Unica nel suo genere, appunto.

Anche la Sicilia vanta una grande ricchezza ampelografica. Dall’Etna, naturalmente, dimora del Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante, territorio protagonista della nouvelle vague della viticoltura siciliana, alla zona del ragusano, dove è protagonista il Frappato, vitigno che, insieme al Nero d’Avola, contribuisce all’unica Docg della regione, il Cerasuolo di Vittoria. Ma è in purezza che si possono apprezzare tutte le caratteristiche – profumi intensi e fruttati, freschezza e versatilità negli abbinamenti – di questo vitigno di cui si trovano testimonianze già nel 1600. Da non perdere quello della “natural woman” Arianna Occhipinti: è espressivo, sanguigno ed elegante, sintesi perfetta di questo spicchio di isola.

Ecco perché gli autoctoni vanno scoperti, studiati, tutelati e valorizzati: rappresentano la ricchezza enologica italiana che il mondo ci invidia, sono vini che esprimono la simbiosi con il terroir e sono l’antidoto ideale all’omologazione del gusto.

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