IL NUOVO GOVERNO

La risposta all’impegno di rilancio dell’Europa

di Sergio Fabbrini

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(Ansa)


4' di lettura

In poco meno di tre anni, il Parlamento (eletto nel marzo 2018) ha dato vita, prima ad una maggioranza anti europea (governo Conte I), poi ad una maggioranza pro europea (governo Conte II) e, infine, all'estensione di quest'ultima alla quasi totalità delle forze politiche (governo Draghi). Come spiegare una simile trasformazione?

Per buona parte del circuito mediatico politico italiano (quel mondo di giornalisti approssimativi e analisti fai da te che Auberon Waugh avrebbe chiamato la chattering class, la classe del chiacchiericcio), essa è dovuta esclusivamente alle scelte del leader A o del leader B, se non alla predisposizione trasformistica dei parlamentari italiani. È così? In realtà, le cose sono più complesse. Tale complessità ha un nome preciso: interdipendenza europea. Cominciamo dall'inizio.

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La maggioranza parlamentare emersa dalle elezioni del marzo 2018 aveva dato vita al primo governo anti europeo della storia italiana post bellica. Il contratto concordato tra i due partiti (Movimento 5 Stelle e Lega) che formarono il governo Conte I prevedeva che l'Italia si impegnasse a rivedere i trattati europei in direzione anti sovranazionale. In particolare, quel contratto affermava che la causa dei nostri problemi economici fosse l'appartenenza all'Eurozona, al punto da prevedere l'indizione di un referendum popolare per decidere se confermarla o meno.

Dopo un anno di spallate al sistema economico e monetario europeo, il governo Conte I dovette però prendere atto del fallimento delle sue iperboli anti europee. Al Papeete, nell'agosto 2019, il leader della Lega si sarà fatto prendere la mano, tuttavia la nascita, nel mese successivo, del nuovo governo Conte II fu il risultato di una pressione strutturale, non già di una birra di troppo.

Non si può governare l'Italia contro l'interdipendenza europea, non solamente per la forza del vincolo esterno ma anche per la resistenza del vincolo interno. L'uscita dall'Eurozona avrebbe implicato una distruzione di ricchezza inaccettabile per l'economia nazionale. Di qui, la necessità di dare vita ad una nuova maggioranza pro europea.

Con il governo Conte II, l'Italia è rientrata nel sistema decisionale europeo, un rientro rivelatosi congeniale con la necessità di una risposta sovranazionale alla pandemia. Il governo Conte II ha infatti contribuito a promuovere la grande innovazione anti pandemica (il programma di Next Generation Eu, Ng-Eu) che ci consentirà di beneficiare di 209 miliardi (a cui occorre aggiungere i fondi del programma di contrasto alla disoccupazione, della Banca europea degli investimenti e magari del cosiddetto Mes sanitario, oltre quelli del budget europeo), tutto ciò nel contesto di una politica monetaria espansiva. Tuttavia, nonostante il successo a Bruxelles, il governo Conte II si è trovato impreparato a programmare la gestione di quei fondi in coerenza con la logica europea con cui verranno allocati. Le sfide della post pandemia non potevano essere affrontate da un governo preoccupato esclusivamente della sopravvivenza politica, per via delle divisioni al proprio interno.

Il governo Draghi è la risposta a tali difficoltà. Esso si è dotato delle capacità tecniche necessarie per disegnare e implementare un Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per affrontare la fase post pandemica. Nel governo Draghi vi è un recovery cabinet fatto di ministri con le competenze e la visione per trasformare i fondi europei in investimenti e riforme. Inoltre, il governo Draghi ha consentito di allargare la maggioranza pro europea del Parlamento, condizione indispensabile per dare continuità al Pnrr. Quest'ultimo dovrà essere presentato alla fine di aprile a Bruxelles, ma la sua realizzazione (supervisionata periodicamente dalla Commissione europea) si estenderà per il periodo 2021-26. Così, la larga maggioranza lo metterà al riparo dall'esito delle nostre prossime elezioni parlamentari (formalmente nel 2023). Chiunque vincerà, avrà interesse a rispettare le linee di un Pnrr che aveva precedentemente approvato. L'interdipendenza europea ci consente di beneficiare di enormi risorse, ma ci richiama ad assumere anche grandi responsabilità.

Il governo Draghi è l'occasione per conciliare l'Italia con l'interdipendenza europea. Per fare ciò, occorre liberare il nostro sistema politico dalla frattura tra europeismo e sovranismo che lo ha paralizzato negli ultimi anni. Tale frattura non corrisponde alla struttura materiale del Paese che, nella larga maggioranza dei suoi interessi economici e sociali, è incardinata in quella interdipendenza. È necessario che la destra (in particolare la Lega) abbandoni la strategia sovranista, sostituendola con una visione conservativa ma consapevole dell'importanza materiale dell'Europa per gli interessi che vuole rappresentare. La Lega dovrà prendere le distanze, nel Parlamento europeo, dal gruppo della destra nazionalista (“Identità e Democrazia”), per avvicinarsi verso le posizioni del popolarismo europeo (ad esempio, nella sua versione bavarese). Ma anche la sinistra (che pure si è rivelata l'ancoraggio europeista del Paese) dovrà elaborare una strategia politica più innovativa, anche per spingere i suoi alleati ad uscire dall'ambiguità in cui si sono arenati. Lo spazio politico che si estende tra la destra e la sinistra nazionaliste è tutt'altro che limitato. In quello spazio debbono poter emergere divisioni programmatiche e valoriali che, proprio perché compatibili con la costituzione materiale dell'interdipendenza, sono in grado di stabilizzare politicamente il Paese.

È vero che anche la politica italiana si è spettacolarizzata, per dirla con il Bernard Manin del 1995. Tuttavia, dietro i leader che calcano il palcoscenico, c'è il processo di difficile riaggiustamento del nostro sistema politico alle condizioni strutturali dell'interdipendenza europea. Quel sistema potrà superare la sbornia populista del 2018 solamente se le sue leadership politiche recupereranno il senso della complessità di un Paese integrato in Europa. Lasciamo il chiacchiericcio alle notti insonni, discutiamo invece i problemi che dobbiamo affrontare per far crescere l'Italia e l'Europa.

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