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Ex Ilva, la ritirata di ArcelorMittal dal “Vietnam” di Taranto. Via anche l’ultimo degli indiani

L’addio del Cfo è un brutto segnale in vista dell’incontro di lunedì fra dirigenza Arcelor Mittal, ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro, i sindacati e i commissari

di Paolo Bricco

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(ANSA)

L’addio del Cfo è un brutto segnale in vista dell’incontro di lunedì fra dirigenza Arcelor Mittal, ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro, i sindacati e i commissari


2' di lettura

Si completa la smobilitazione manageriale di Arcelor Mittal dall’ex Ilva. Un ulteriore segnale del processo di rapido allontanamento del gruppo anglo-indiano dal Vietnam di Taranto. Venerdì, a quanto risulta al Sole 24 Ore, il Cfo – il chief financial officer, il direttore finanziario – Sushil Jain avrebbe lasciato AMInvestco, per tornare alla casa madre, probabilmente collocandosi in Arcelor Mittal Europe. Era lì da quattro mesi.

L’addio dell’uomo dei conti

Già a gennaio Londra aveva ritirato tutto il management, mantenendo sotto il suo stretto controllo la casella più importante: l’uomo dei conti, della liquidità e (soprattutto) delle passività. A gennaio, appunto, Jain era stato mandato nella già allora disastrata ex Ilva. Adesso se ne sarebbe andato anche lui: l’ultimo dirigente di prima linea.

Chi conosce le dinamiche industriali sa che, sulla cassa, non si transige. L’azionista di controllo, soprattutto quando perde a bocca di barile, vuole sapere quanto brucia ogni giorno. Lo vuole sapere direttamente. Con una telefonata da Londra a Taranto, dalle parole di una persona di piena conoscenza e di totale fiducia. Soprattutto perché, in questi mesi, Taranto si è trasformata in una fornace: già prima andava male, con le nuove condizioni di mercato determinate dal coronavirus la finanza di impresa dell’ex Ilva è diventata una bomba ad orologeria piazzata nei conti del gruppo. Sancendo così la peggiore operazione mai fatta da Arcelor Mittal.

Un pessimo segnale in una situazione bloccata

L’uscita del direttore finanziario non è un segnale debole. È un segnale forte. È probabilmente il peggiore dei viatici all’incontro – in videoconferenza – che lunedì 25 maggio si terrà fra la dirigenza di Arcelor Mittal, i titolari dei ministeri dello Sviluppo economico e del Lavoro, i sindacati e i commissari.

Anche perché a Taranto, a Cornigliano e a Novi Ligure ogni cosa si è bloccata, i lavoratori sono terrorizzati di perdere il posto di lavoro, i sindacati non sanno come comportarsi e faticano a sedare la rabbia degli operai, i politici e gli amministratori per loro stessa ammissione hanno a che fare con una dirigenza locale di Arcelor Mittal che non ha alcun potere, i membri del governo non riescono a parlare con nessuno a Londra, non c’è alcun piano industriale e tutti si aspettano una proposta shock da Arcelor con una ipotesi di taglio di 5mila lavoratori, l’esecutivo in base non si capisce bene a quale formula giuridica minaccia una penale da un miliardo di euro e ogni cosa sembra appesa all’ennesima telefonata di Giuseppe Conte ai Mittal. Per ricordare un vecchio film, paura e delirio a Taranto.

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