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La rivincita del riso italiano: ora vuole conquistare la Cina

L’Italia, primo produttore europeo (un milione di tonnellate di riso lavorato, il 60% destinato all’export) ha firmato uno storico accordo per esportare, per la prima volta, la varietà da risotto nel paese di Xi Jinping

di Alessio Romeo

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Risaie e Vercelli

L’Italia, primo produttore europeo (un milione di tonnellate di riso lavorato, il 60% destinato all’export) ha firmato uno storico accordo per esportare, per la prima volta, la varietà da risotto nel paese di Xi Jinping


3' di lettura

Mentre nella fase più acuta della clausura la tradizione si prendeva in cucina la sua rivincita sulle mode, con l’impennata dei prezzi delle varietà da risotto e il contemporaneo crollo di quelle utilizzate per preparare il sushi, l’Italia, primo produttore europeo, firmava uno storico accordo per esportare, per la prima volta, riso in Cina. Che è un po’ come vendere il famoso frigorifero agli eschimesi.

L’intesa è stata raggiunta dopo una trattativa durata nove anni, e consentirà di esportare in Cina il riso italiano, in particolare quello tipico da risotto, ma solo dopo che una delegazione di funzionari cinesi, al termine dell’emergenza sanitaria, verificherà con un sopralluogo in Italia il rispetto del protocollo firmato dall’ambasciatore italiano a Pechino Luca Ferrari con l’amministrazione generale delle Dogane della Repubblica Popolare Cinese, con il contributo tecnico dell’Ente Nazionale Risi. «Non siamo di fronte a un semplice accordo commerciale – sottolinea il presidente dell’Airi , l’associazione delle industrie risiere, Mario Francese – perché riuscire a esportare riso in un paese dove il termine è sinonimo di cibo ci deve inorgoglire come nazione. È la metafora di due Paesi che in questo momento difficile scelgono la via della cooperazione guardando avanti».

L’Italia punta ora a garantire il rispetto del protocollo rinviando la missione dei cinesi per partire entro fine anno con le prime spedizioni. La Cina, primo produttore e consumatore mondiale di riso – con 150 milioni di tonnellate prodotte su un totale mondiale di 500 – non ha mai sperimentato le varietà da risotto, sviluppate e coltivate solo in Italia. Da 4 milioni di tonnellate nel 2017, nel 2019 l’import cinese ha raggiunto 66 milioni di tonnellate. Cifre enormi da cui prescinde la nicchia di mercato che l’Italia punta a conquistare.

L’Italia produce un milione di tonnellate di riso lavorato, il 60% destinato all’export, principalmente sui mercati Ue. Quasi tutto il riso consumato in Italia è italiano, a eccezione del Basmati. La clausola di salvaguardia è servita soprattutto a ridurre la concorrenza dell’import da Cambogia e Myanmar sul mercato europeo.

Intanto sul fronte dei consumi interni, dopo un avvio d’anno sostanzialmente stabile, nelle prime settimane dell’emergenza sanitaria si è verificato un aumento delle vendite nella grande distribuzione che ha provocato un forte rialzo dei prezzi all’ingrosso nei listini delle camere di commercio e delle borse merci italiane. Questo incremento ha riguardato sia il riso lavorato che, a monte della filiera, i risoni.

Secondo un’analisi realizzata dalla Borsa merci telematica italiana (Bmti) per la camera di commercio di Pavia, le varietà da risotto, maggiormente richieste dai consumatori durante la fase 1 dell’emergenza, hanno registrato i maggiori rialzi. Nell’arco di due mesi, tra inizio marzo e fine aprile, il prezzo del Carnaroli è cresciuto del 20% circa. Ancora di più l’Arborio e il Roma che ha segnato +30% giungendo a ridosso dei 500 euro per tonnellata .

Tra le altre varietà, sono aumentati del 20% anche i prezzi dei risoni Indica, caratterizzati da grani stretti, lunghi e appuntiti come il riso Basmati. In questo caso, oltre che all’emergenza coronavirus, il rialzo è dovuto a uno scenario internazionale caratterizzato da quotazioni ai massimi degli ultimi anni a causa delle restrizioni all’export di riso in Vietnam e della siccità che ha colpito importanti paesi produttori come la Thailandia.

Sul mercato italiano si è registrato, invece, un calo di quasi il 10% del prezzo del Selenio, la varietà utilizzata per la preparazione del sushi, che ha risentito soprattutto della chiusura del canale della ristorazione. Nella seconda metà di aprile, in generale, i rialzi si sono attenuati perché si è ridotta la domanda da parte dell’industria risiera. Come spiega il direttore dell’Airi, Roberto Carriere, «dopo la corsa agli acquisti di generi di prima necessità e a lunga conservazione nella prima fase dell’emergenza, i prezzi si sono stabilizzati e la domanda di materia prima si è allineata. Mi sarei aspettato un calo delle vendite post scorte domestiche che invece non c’è stato. C’è invece la possibilità, esaurito l’effetto sostituzione, di un ulteriore leggero aumento dei consumi pro capite, con una normalizzazione nel lungo termine».

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