il prêt-à-porter

La rivincita dello stile italiano tra rigore e frivolezza

Dopo lo stordimento street e della Instagram fashion, sono maturi i tempi per il grande ritorno della moda come progetto, seguendo il meglio del made in Italy che si è visto tra i tardi Settanta e i primi Novanta: lo stile irripetibile è di chi indossa

di Angelo Flaccavento

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Da sinistra Gabriele Colangelo. Dal backstage della sfilata PE 2020 le forme lineari che fondono materia e colore. Al centro Gucci. Per la primavera-estate 2020 Alessandro Michele non decora ma taglia e rivela, giocando di perversione e perbenismo. A destra Prada. Ricompare anche il blazer, assoluto e privo di orpelli, che qui è protagonista indossato sul nudo

Dopo lo stordimento street e della Instagram fashion, sono maturi i tempi per il grande ritorno della moda come progetto, seguendo il meglio del made in Italy che si è visto tra i tardi Settanta e i primi Novanta: lo stile irripetibile è di chi indossa


4' di lettura

Ultimamente non si parla d’altro che di sostenibilità, vocabolo peraltro insostenibile, come tutta la ridda dei neologismi da martellamento mediatico che invocano al più presto lo spietato repulisti a opera dell’Accademia della Crusca. La moda, come forse l’esistenza stessa delle società post-industriali, ha però ben poco di sostenibile. Consumare meno sarebbe la decisione risolutiva: rinunciare alla fregola del nuovo a tutti i costi, peggio se scadente, per scegliere oggetti duraturi e di valore, non stereotipati o comuni, ben pensati e ben realizzati. Se non una slow fashion retrograda, qui si invoca la ricerca di una nuova onestà: meno storytelling, più prodotto, perché i designer hanno da essere progettisti, non contaballe. Dopo la sbronza street e lo stordimento della Instagram fashion, con vestitini dimenticabili messi addosso ad altrettanti dimenticabili influencer al solo scopo di ipnotizzare le masse fino allo sfinimento delle carte di credito, si torna, finalmente, al rigore: alla moda come progetto invece che volatile affabulazione.

Quella ci sarà pure, ma come conseguenza e non come unico orizzonte di senso, inizio e fine di tutto. Si torna a far vestiti e non concetti, lasciando che lo stile sia costrutto irripetibile di chi indossa, non formula preformata.

I designer che muovono davvero la conversazione, che sobillano quel poco di progresso cui ancora possiamo aspirare – perché dobbiamo, perché vogliamo – sono accomunati, nelle infinite sfumature personali, da una propensione per severità e precisione, che vuol dire solo in parte estetica riduzionista: minimalismo è, infatti, altro vocabolo da cassare, buono ormai solo per le frange evolute del fast fashion.

C’è un modo rigoroso anche di essere eccessivi, ecco, e l’eccitazione è tutta lì: nello smoking con gli shorts di Saint-Laurent; nei robe manteau inguinali ma irreprensibili di Versace. Anche da Gucci si asciuga: Alessandro Michele per una volta non decora ma taglia, affetta, rivela e attizza, giocando di perversione e perbenismo. E da Bottega Veneta, Daniel Lee regala al tailoring la morbidezza precisa dello sport, quando non sigilla il corpo in guaine sexy. In questo rinnovato interesse per gli abiti come oggetti di design, torna di cogente attualità l’estetica tutta italiana del primo prêt-à-porter – immaginario collocato tra i tardi Settanta e i primi Novanta, powerdressing e dintorni – che vuol essenzialmente dire daywear a sfavore di trovate buone solo per like distratti e strilli sensazionalistici.

Era ora: per progredire, la moda deve toccare la vita e sporcarsene. Gli esercizi da passerella sono sterili, ad esclusione dei visionari e progressivi del calibro di Kawakubo o Owens. Dunque, si pensa di nuovo ad abiti da indossare, che nascono da una riflessione su come un certo modo di vestire crei percezioni, aspettative e, non nascondiamolo, giudizi. È vero che non sono più gli anni Ottanta, che una Ceo non deve dimostrarsi all’altezza rinunciando alle gioie della frivolezza, ma è indubbio – e questo vale anche per i maschi – che il rigore è sinonimo di affidabilità o contegno. Cliché odioso, dirà qualcuno a ragione, ma necessario, oggi che la cultura del self-streaming ci ha resi tutti, più o meno, scalmanati cabarettisti da quattro soldi. Non sbracare fa bene.

Ricompare così il blazer, assoluto e privo di orpelli: è protagonista persino da Prada, nudo e crudo e indossato sul nudo; ricompaiono le bluse con il fiocco e le gonne pantalone (jupe-coulotte, è l’ipnotico francesismo d’antan). Hedi Slimane, da Celine, rispolvera tutto l’armamentario dei Settanta engagé ed edonisti, con una letteralità deliberata che sa di provocazione. Da Agnona, Simon Holloway, guarda con occhio libero e mente pulita all’Italian Look da manuale, evitando la replica. Le spalle decise, l’amalgama di beige, le scarpe piatte sono quelli di allora, ma la leggerezza della materia, la plasticità dei volumi, la facilità d’uso sono tutti di oggi. Anche Daniele Calcaterra lavora di neutri e forme immense, ma gioca la semplificazione in chiave eterea e introspettiva senza rinunciare alla forza. Per Gabriele Colangelo, la linearità delle forme è un modo per mettere in risalto materia e colore, fuse in oggetti unici. Da Balenciaga, Demna Gvasalia affronta ad armi pari il powerdressing: inteso, certo, come luogo comune delle spalle possenti su miniabiti e giacche da donna in carriera, ma anche come uniforme che potenzia la persona perché isola dalla contingenza e incasella in un ruolo. È a suo modo classico, ma estremista e brutale. Lontano anni luce, ma ugualmente rigoroso, da Loewe, Jonathan Anderson porta all’esterno e svela la struttura delle crinoline che illo tempore davano volume agli abiti. È insieme lieve e architettonico, araldo di una benvenuta ed elegantissima solennità. Da Alexander McQueen, in fine, si torna al grado zero, ovvero alla tela, al bianco, al lino, in un percorso di sottrazione che è un modo per riacquistare una dimensione più vera e umana del fare, un tempo esteso e analogico. Sarah Burton, direttore creativo, lavora di nero e di bianco, di pizzo e di lino, di abiti vaporosi e tailoring affilato, sempre con morbido rigore. La sua moda fremente e precisa è sostenibile perché profondamente umana. Con meno, fa meglio, e non ci potrebbe essere messaggio più convincente e duraturo.

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