competitività

La rivoluzione dei big data passa da Bologna

di Guido Romeo

(Afp)

3' di lettura

Il treno dei big data ha acceso i motori sotto le due torri. È infatti a Bologna che la concentrazione di infrastrutture di calcolo, investimenti, capacità scientifiche e competenze è stata messa a sistema con il tessuto produttivo e le energie della società civile per creare un polo nazionale dedicato ai big data. Un processo innescato dalla mano pubblica, nella figura Patrizio Bianchi, economista e assessore regionale alle attività produttive, e che ha già attirato 40 milioni di euro per la ricerca dal Miur, ma che può contare su radici profonde.

«Quello dei big data non è un progetto locale ma di respiro internazionale proprio grazie alle altissime competenze di ricerca e industriali che erano già presenti sul territorio e che siamo stati in grado di far sedere allo stesso tavolo – spiega Bianchi – Solo intorno a Bologna abbiamo 15 attori di punta della ricerca di base e industriale tra cui Cnr, Cineca, Enea, gli istituti nazionali di fisica nucleare e astrofisica con infrastrutture come il radiotelescopio di Medicina (che è uno dei più importanti in Europa), e ai quali si è aggiunto recentemente anche il centro europeo per la meteorologia che dovrà migrare qui da Reading, in Gran Bretagna, e presto un collegamento con lo Human Technopole e gli altri poli di ricerca come Pisa».

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Bologna è da tempo una delle città più connesse d’Italia (nel 2016 prima nella classifica EY davanti a Milano). Qui viene processato il 70% dei dati italiani grazie alla presenza del nodo principale del Garr, la dorsale internet ad altissima velocità che unisce l’Italia a 100 gigabit al secondo e alla rete Lepida che collega le amministrazioni pubbliche e potrebbe presto arrivare anch’essa ai 100 gbps. La regione è attraversata da 1.400 km di fibre ottiche che garantiscono un’ottima digitalizzazione di un territorio dove oltre il 40% delle famiglie è già collegato alla banda larga e c’è una densità di ricercatori superiore alla media europea. Non manca nemmeno la capacity di calcolo grazie alla presenza presso il Cineca di Fermi, Marconi e Galileo, tre dei cinque supercomputer italiani presenti nella Top500 mondiale (gli altri due sono di Eni, ma sempre gestiti da personale del Cineca). La sfida dei big data non è però semplicemente una partita scientifica, ma soprattutto per le imprese.

Come ha spiegato il direttore della ricerca all’International Institute for Analytics e senior advisor di Deloitte, Thomas Davenport, i big data sono tutte quelle informazioni che si raccolgono in forma non strutturata, in grandi volumi e con flussi continui e veloci. Ma soprattutto, non sono un campo da gioco esclusivo delle grandi aziende del digitale come Amazon, Google e Facebook perché negli ultimi anni sono diventati un asset che dovrebbe interessare le aziende di tutte le aree, dal manifatturiero al biomedico e soprattutto le pmi come quelle che compongono la maggioranza del tessuto economico italiano. Le ricadute sono importantissime: Gartner stima che, da solo, il mercato globale della Business Intelligence e degli Analytics sfiorerà i 17 miliardi di dollari alla fine di questo anno. «Non ce ne rendiamo conto – sottolinea Bianchi – ma siamo in un momento storico nel quale la distanza tra la ricerca e la produzione di massa non è mai stata così corta. Dobbiamo pensare al polo dei Big data come il nucleo dei distretti produttivi di domani basati su innovazioni utili a grandi aziende ma anche a molte nuove startup».

Non mancano nemmeno gli esempi di aziende che sui dati hanno costruito la propria crescita come nel caso del Gruppo Yoox-Net-à-porter (Ynap), oggi leader nell’ecommerce, ma questa strada non è immediata. «C’è una mancanza di competenze nel settore digitale» osservano dall’azienda emiliana. Dalla collaborazione tra Università e Opificio Golinelli a Bologna è nato il primo dottorato in Data Science ma anche il private investe «Ynap – spiegano a Bologna – che è entrata a far parte della Coalizione per l’occupazione e le competenze digitali istituita dalla Commissione Europea con ha l’obiettivo di formare entro il 2020 per il settore digitale un milione di giovani».

Ynap stessa è una dimostrazione della potenza dei dati. Il nuovo brand Mr P., per esempio, è stato realizzato grazie a sette anni di analisi di oltre 600mila clienti, delle loro esigenze e abitudini di acquisto a partire dal 2011.

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