sesto san giovanni

La ruggine della Storia nella ex Stalingrado

Nell’Archivio Giovanni Sacchi e nella Villa Mylius si conservano i documenti di uno straordinario patrimonio operaio. In quelle pagine risuonano le sirene che furono protagoniste delle poesie di Sereni

di Giuseppe Lupo


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5' di lettura

Largo Lamarmora, a Sesto San Giovanni, conserva un’insospettabile riservatezza che viene dall’elegante facciata di Villa Mylius, dal pavimento di pietre levigate, dai giochi d’acqua della fontana, dalle aiuole con alberi. Sembra richiamare una descrizione di Ottiero Ottieri nella Linea gotica, il diario scritto tra il 1948 e il 1958, dove raccontava le “due Italie”, industriale e contadina: «La Sesto vecchia è ancora un borgo lombardo con l’acciottolato di sassi, le guide di pietra liscia per le ruote, cortili, palazzi gialli e grigi». Si può dire che anche oggi il centro di Sesto abbia conservato l’immagine di un borgo lombardo, ma con una differenza: quando Ottieri annotava le sue impressioni era il 1951 e le fabbriche non si vedevano perché «mimetizzate nel disordine», adesso invece sono state dismesse e, non appena si imboccano le diramazioni che si dirigono verso le zone periferiche, bisogna non commettere l’errore di alzare troppo lo sguardo per evitare di imbattersi in strutture arrugginite o edifici abbandonati.

Un immenso patrimonio
Villa Mylius ospita la Fondazione Isec, che si occupa di raccogliere e studiare l’immenso patrimonio operaio di questa città, a lungo chiamata la «Stalingrado d’Italia». Potrà apparire paradossale, ma davvero quando tutto finisce restano i documenti, il succo delle storie, e probabilmente la Sesto San Giovanni che siamo abituati a ricordare attraverso la memoria dei testimoni, quella fuligginosa degli altoforni e lacerata dalle sirene, si trova nel silenzio delle carte anziché nei ruderi malinconici dei capannoni.
Un discorso simile si addice per l’Archivio Giovanni Sacchi, che è conservato nello Spazio Mil, dove un tempo erano ospitati i magazzini della Breda. Giovanni Sacchi è stato uno dei più bravi modellisti, un artigiano prestato all’industria, capace di collaborare con i maggiori designer italiani – Nizzoli, Munari, Ponti, Gardella, Zanuso – e di fabbricare modelli per le macchine da scrivere Olivetti, per i televisori Brionvega, per le caffettiere Alessi. La sua bottega si trova all’interno ed è la riproduzione esatta del laboratorio di via Sirtori, a Milano: pannelli con utensili, banchi da lavoro, scaffali. Quel che prevale è il colore, un segno di fantasia in un mondo dominato dal grigio. Almeno in apparenza sembra avere poco o nulla in comune con le locomotive uscite dai vicini capannoni, eppure la sua è una presenza simbolica, sta a indicare che perfino in un’industria pesante la creatività si realizza senza fronzoli e con l’aiuto di cacciaviti, pinze, tenaglie, martelli, morsetti, gli strumenti primordiali dell'agire con le mani.

La Torre dei Modelli
L’elemento che idealmente fa da tramite con la Breda è la Torre dei Modelli: una specie di maschio angioino, composta di dieci piani, dove si immagazzinavano gli stampi da destinare alla produzione. Anch’essa rispondeva alla funzione di archivio, come la Fondazione Isec. Una scala di metallo arrugginito le gira intorno fino alla cima con un ritmo misto di rampe e passerelle. L’intonaco dice che ne è trascorso di tempo rispetto a quando era in funzione, ma l’aspetto vintage ne fa un reperto di metafisica solitudine, quasi si trattasse di una di quelle costruzioni immaginate da De Chirico ai bordi delle piazze.
Negli anni della massima espansione, quando tutti guardavano alla civiltà delle macchine come l’unica in grado di realizzare laicamente la moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’industria chiedeva soccorso alle virtù geometriche per manifestarsi ed è fuori di dubbio che ancora oggi esiste un linguaggio simpatetico fra cubi, coni, parallelepipedi, nonostante le trasformazioni subite da questi edifici che un tempo erano adatti a produrre e ora paiono sentinelle rimaste in piedi all’indomani di una battaglia.
A poche centinaia di metri dalla torre il carroponte Breda sembra un palcoscenico in attesa di essere smontato: tralicci laterali, binari sospesi, carrelli mobili, cabina di pilotaggio in cima alla passerella. Il treno merci arrivava con i rottami da destinare alla fusione, un operaio appollaiato nella cabina di pilotaggio azionava un argano che scendeva dall’alto e provvedeva a scaricare, poi il treno ripartiva per un altro carico.

Il Carroponte
Tra Breda e Falck l’intera area industriale era attraversata da ventotto chilometri di ferrovia e assistita da due stazioncine interne. Un monumento di metallo sotto il carroponte, che riproduce un muro concavo color ruggine, riporta le cifre degli anni fondativi, quando agli inizi del Novecento cominciava il lungo poema della Sesto operaia. Basta scegliere una cifra a caso: il 1908, quella del primo forno Falck, per ritrovare il piglio eroico del vecchio secolo. Nel 1996, quando si spense l’ultimo forno Falck, si concluse di pari passo il racconto della modernità che da queste parti aveva convissuto con i dolori della Storia, ne era stata artefice e vittima, quasi ci fosse un rapporto diretto tra l’acciaio delle colate e il sangue delle guerre. Nel villaggio Falck, che si trova in una traversa di viale Italia, le stradine interne sono intitolate a Luciano Migliorini e Pantaleo De Candia, due operai fucilati il 28 giugno del 1944 davanti al Circolo San Giorgio.

All’epoca il quartiere era diventato una delle basi partigiane, ma non presentava grosse diversità rispetto a com’è ora: casette, giardini, cancelli, vialetti soffocati dal verde.

    Nel corso del Novecento gli inquilini si sono dati il cambio in questa enclave che oggi sembra un’oasi di abitazioni basse, pian terreno e primo piano, rispetto ai condomini che hanno soppiantato i capannoni dove l’acciaio prendeva forma. Magari la tinta di alcuni edifici restituisce l’immagine delle minuscole costruzioni in uso nel gioco del Monopoli -le miniature in legno di alberghi e case, di una geometria essenziale -, magari stride l’idea che il vecchio Circolo San Giorgio, un tempo addirittura denominato Trattoria Tripoli, sia diventato il lussuoso Falck Village Hotel, con un unico avanzo del mondo operaio esposto in vetrina: l’Aquilotto Bianchi, un ciclomotore prodotto nel ’53.

    Sono cambiati gli attori, ma non il palcoscenico, che rimane quello di un fazzoletto di terra abitata da chi è in cerca di approdi. In una città che è stata medaglia d’oro della Resistenza è quasi naturale mettere insieme etica del lavoro e lotta politica. Solo in questo modo troverebbero giustificazione i nomi con cui sono stati chiamati i quattro altoforni Falck: Vulcano, Unione, Concordia, Vittoria.

    Tutto qui concorre a suscitare un sentimento eroico, perfino il suono della sirena che «copriva la città col sacrificio», come ci ricorda Antonio Riccardi in una poesia contenuta in Gli impianti del dovere e della guerra (2004). Fino al giorno in cui hanno dettato i tempi della vita quotidiana, le sirene obbedivano a un impegno morale ed è sintomatico che siano stati i poeti ad accorgersene più che gli scrittori, chi ha l’orecchio sensibile alla metrica, a partire da Vittorio Sereni che nel 1961 compose Sirena operaia per il «menabò 4». Sereni frequentava non la Falck ma la Pirelli, dove lavorava come addetto all’ufficio stampa, ma solo per una distanza cronologica il suo era il canto di un risveglio tanto quanto quello di Riccardi è la celebrazione di un tramonto. Adesso che non suonano più, possiamo solo immaginarle, queste sirene operaie, che restituivano il senso religioso di un corpo a corpo fra dignità umana e fatica, una sfida omerica che ha lasciato tutti senza fiato.
    Sesta di una serie di puntate

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