Il graffio del lunedì

La rumba degli allenatori, foto di gruppo di un calcio alla Raiola

Appena terminato il campionato, si sono aperte le gabbie: Antonio Conte è scappato dall'Inter che l'ha sostituto con Simone Inzaghi che è scappato da Lotito che a sua volta sta per ingaggiare Gattuso scappato da De Laurentiis che a sua volta ha ingaggiato Luciano Spalletti

di Dario Ceccarelli

Reuters

3' di lettura

“Pep a lezione di Blues”, “il Chelsea in Paradiso”, “Tuchel incastra il maestro”. Come siamo provinciali, quando parliamo del calcio inglese ed europeo! Provinciali e anche discretamente miopi. Sempre pronti ad ossequiarlo (e a lodarlo) anche se poi lo spettacolo offerto da questa finale di Champions, andata in scena a Oporto tra il Manchester City e il Chelsea, è stata di una modestia imbarazzante. Una finale noiosa e tignosa. Una di quelle brutte finali, pompate come se fosse l'eccellenza del football, che ti fanno rimpiangere di non aver cambiato canale o di non essere andati, adesso che si può, al cinema o a teatro.

Non c'è stato un tiro in porta, la luce di un dribbling, un gesto tecnico, qualcosa di sinistra (o di destra) che faccia palpitare il cuore, vibrare la passione: quella legittima passione che è in noi tutti quando il calcio fa il suo mestiere: farci divertire, inventare un’emozione, un colpo di scena che giustifichi tutta questa attesa e questo immenso sperpero di soldi e di tempo.

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Avesse giocato così la nazionale italiana l'avremmo crocefissa. Spernacchiata e derisa da giornali e social. Non parliamo delle nostre squadre di club: la Juventus, in nome del “bel gioco” e dello spettacolo, ultimamente ne ha fatte di ogni inventandosi una rumba di allenatori che ancora grida allo scandalo. Da Allegri a Sarri, da Sarri a Pirlo per poi tornare ad Allegri. Che ha tutti i diritti di farsi delle grasse risate non solo perché resta un ottimo allenatore ma anche perchè, senza far nulla, e prendendosi una ben rimunerata vacanza di due anni, ora torna sulla panchina bianconera come salvatore di una patria che ha fatto di tutto per finire nella polvere. E che crede, avendo dato un elegante calcione a Pirlo e a Paratici, d'aver risolto ogni problema. Invece i problemi, messi sotto il tappeto dalla solita ipocrisia, sono tutti lì: a partire dai notissimi conti in rosso che affliggono i bilanci delle nostre big. O ce ne siamo già dimenticati? Che la pandemia sia in ritirata (incrociamo le dita) lo si vede proprio dal calcio. Per tutto il 2020 sulle panchine non si era mossa una foglia.

Tutti compatti e allineati nel nome della grande crisi. Appena è terminato questo campionato, primo torneo della storia senza spettatori (ma anche senza ultrà violenti e razzisti), si sono aperte le gabbie: con una buona uscita di 7 milioni, Antonio Conte è scappato dall'Inter che l'ha sostituto con Simone Inzaghi che è scappato da Lotito che a sua volta sta per ingaggiare Gattuso scappato da De Laurentiis che a sua volta ha ingaggiato Luciano Spalletti, grande produttore di vini, che dopo aver firmato un contratto di oltre 50 pagine percepirà bontà sua un modesto stipendio di 2,7 milioni più bonus a stagione nell'ottica naturalmente virtuosa di un “restringimento dei costi”.

È tutto così, un girotondo da far cascare il mondo, che per il momento ci fa tornare alla solita insostenibile leggerezza del nostro calcio che è riuscito anche a recuperare lo Special One Josè Mourinho che in Italia, questa volta a Roma, trova sempre il suo personalissimo Bengodi dopo essere stato cacciato (con colpa) dalla Perfida Albione. Ma ha ragione Mourinho: perchè con il fiato alle trombe del suo arrivo viene archiviato uno dei peggiori campionati della Roma. E quindi: fuori i denari.

Il Sacco di Roma non l'ha certo inventato lo Special One. Unico gesto veramente apprezzabile, fuori dall'andazzo del Grande Sperpero, è quello di Paolo Maldini con Gigio Donnarumma cui, «por fioeu», non bastavano otto milioni per restare a Milano. Paolo Maldini, ringraziandolo per tutto, ha elegantemente lasciato il portierone al suo dorato destino, che è poi quello del suo procuratore Mino Raiola al quale, nel caso Gigio fosse rimasto al Milan, sarebbe andata una provvigione milionaria. Secondo Forbes, nel 2019, a Raiola sarebbero andati in commissioni circa 63 milioni. A voi sembra normale che, in questa devastante crisi di liquidità, Raiola prenda tutti questi soldi? A noi poveri terrestri, macinati dalle tasse, no. Ma ai marziani del calcio evidentemente sì. E quindi tanto di cappello a Raiola che se li fa dare e viene pure ringraziato. Un genio, complimenti.

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