Il gigante dell'Est

La Russia all’incrocio di interessi divergenti

di Antonella Scott


3' di lettura

L’energia del vento? Vladimir Putin non è pienamente convinto. «Si sa che è positiva - ammetteva quest’estate il presidente russo -, ma vogliamo pensare anche agli uccelli? Quanti muoiono a causa delle pale eoliche che vibrano tanto da far scappare i vermi dalla terra? Non scherzo: è la conseguenza di queste moderne modalità di produrre energia. Non dico che non dobbiamo svilupparci, ma neppure dimenticare i problemi che ne derivano».

Tanta sensibilità verso i lombrichi è singolare: di fatto, alle spalle di Putin in materia di sviluppo sostenibile c’è un “conflitto di interessi” gigantesco. La Russia è il secondo produttore mondiale di petrolio e gas, e sull’esportazione di energia fossile poggiano i conti dell’intera nazione. L’energia verde, dice Putin, non deve condurre al totale abbandono di nucleare e idrocarburi.

E tuttavia il Paese più grande del pianeta, tra i principali responsabili del riscaldamento climatico (al quarto posto nel mondo con il 4,6% delle emissioni di CO2 nel 2018 dopo Cina, Usa e India),rischia anche di diventarne la prima vittima,in particolare per l’impatto sulle regioni artiche e sulla Siberia dove le temperature aumentano due volte e mezza più rapidamente che nel resto del pianeta, provocando condizioni meteo estreme. Accanto alla lotta alla povertà e alle diseguaglianze, quello ambientale è tra i principali obiettivi di sviluppo sostenibile in Russia e richiede interventi urgenti.

Sia pure in ritardo, le autorità si stanno muovendo. In settembre, al vertice Onu sul clima, Mosca ha finalmente ratificato le intese di Parigi che impegnano a ridurre le emissioni. «Nonostante gli obiettivi siano tutt’altro che ambiziosi - dice David Nicholls, senior analyst per East Capital, compagnia di asset management specializzata nei mercati emergenti - riteniamo che questo sia un segnale di crescente attenzione ai cambiamenti climatici all’interno della Russia». Il rispetto degli impegni presi, del resto, è legato al collasso dell’industria sovietica: «I funzionari russi - spiega Nicholls - citano spesso il calo del 32% delle emissioni di gas serra, dal picco del 1990. Ma questo è in gran parte dovuto al declino economico seguito al crollo dell’Urss, più che a uno sforzo sincronizzato».

Però nel Paese che in era sovietica immaginava di deviare il corso dei fiumi, e che non ha mai posto in cima all’agenda la sensibilità per l’ambiente né per gli abitanti delle sue regioni più inquinate, l’opinione pubblica si sta muovendo. E i temi ambientali - la difesa del verde, la gestione dei rifiuti, l’opposizione alle discariche presso i centri abitati, la neve che diventa nera nelle regioni carbonifere - sono al centro di proteste sempre più in grado, almeno su questo fronte non politico, di esercitare pressioni sul potere.

Il Parlamento russo sta esaminando il progetto di legge che dovrà tradurre in pratica gli impegni di Parigi, introducendo quote e sanzioni sull’emissione di CO2, riducendo la dipendenza dalle energie fossili, migliorando l’efficienza energetica.

Tutto questo potrebbe non bastare a gestire la minaccia del “gigante addormentato” nel permafrost siberiano: che sciogliendosi più velocemente del previsto, ha la potenzialità di disperdere enormi masse di carbonio intrappolate nel ghiaccio da millenni. La Russia, avverte Vasily Yablokov di Greenpeace, «non ha più tempo per compromessi, o per tentare di mantenere lo status di potenza fossile. Senza di lei, limitare il riscaldamento in tutto il mondo sarà impossibile».

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