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La sacralità del corpo nell'arte di Pasolini

La mostra “Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo - Il corpo veggente” è alle Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini, fino al 12 febbraio

di Damiano Laterza

4' di lettura

Questa mostra ripercorre i rapporti tra la poetica di Pier Paolo Pasolini e le sue ispirazioni figurative, il suo immaginario visivo. Ad affascinare Pasolini non sono solo le opere dei grandi artisti del passato: Giotto, Masaccio, Piero, Rosso, Pontormo. Ad attrarlo è anche – forse persino di più – la loro rappresentazione. Immagini di immagini, che diventano strumento e insieme fine di un discorso critico ulteriore, di una percezione orientata, di una messa a fuoco selettiva che è lavoro di scelta e attenzione, di vero e proprio montaggio, nel senso cinematografico del termine.

Perché in quelle sequenze visive c'era già un'idea di cinema, solo che all'inizio Pasolini non lo sapeva ancora; l'avrebbe scoperto più tardi.Accanto alle immagini vi sono anche le parole. Nel percorso di mostra a fare da contrappunto alle immagini ci sono i libri che Pasolini possedeva o aveva letto; in una sorta di dialogo o di montaggio virtuale. Per lui, il millenario patrimonio visivo della nostra tradizione figurativa era una specie di linguaggio, ancorché sui generis: linguaggio vivo della realtà, non lingua morta, non ossario cui attingere citazioni colte, ma risorsa formale, strumento di contaminazione stilistica che mobilita la memoria dell'immaginario, sovrappone temporalità incompatibili, provoca l'occhio a vedere diversamente e a riflettere sul vedere stesso, sulla sua storia.

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La pittura antica diviene qui archetipo del cinema, e il cinema permette la sopravvivenza della pittura antica. I piani si moltiplicano ma nella distanza, la ripresa dal vivo della realtà non si perde, anzi si conserva.

Il corpo epifanico

Pasolini guarda all'arte dei grandi maestri, per ritrovare le forme dei suoi temi, come quello del corpo, motivo centrale e drammaticamente urgente della sua poetica. Di fronte alla crisi culturale della modernità, il corpo è ciò che appartiene al «passato popolare e umanistico» – come egli stesso scrive – quando la sua realtà fisica «era protagonista, in quanto del tutto appartenente ancora all'uomo», non ancora alienata dal conformismo, e dunque luogo di provocatoria resistenza, di elaborazione del linguaggio immediato della fisicità. Come lo era stato del resto, sia pure per ragioni diverse, per gli artisti del passato, in particolare i cosiddetti Manieristi, seguaci o eredi di Michelangelo, che sul suo esempio ne avevano fatto un mezzo espressivo potentissimo, uno strumento di «rivelazione», come amava dire il poeta di Casarsa.

Il corpo dello scandalo

«Non c'è santità senza la contraddizione e lo scandalo» scriveva Pasolini. Per lui l'immagine più contraddittoria e scandalosa è quella della croce, secondo le parole di Paolo di Tarso la cui predicazione non poco scandalosa da sempre affascinava l'artista. E la figura della crocifissione riveste un ruolo cospicuo, ricorrente, persino ossessivo, nell'immaginario poetico e visivo pasoliniano. Non solo in film, come “La Ricotta”, il “Vangelo” o “Il Decameron” la cui tematica narrativa ne giustifichi iconograficamente la presenza, ma anche in contesti assai diversi, remoti o esotici, dal mito alla fiaba, da “Medea” al “Fiore delle mille e una notte”. Così, il simbolismo della croce assume un respiro universale: religioso, mitico, antropologico, rituale, fino a diventare quasi un'icona totemica la cui perturbante potenza visivo/evocativa travalica i limiti dei generi artistici, dei contesti culturali, persino delle differenze sessuali, se nei versi giovanili de “La Passione” il poeta aveva potuto attribuire a Cristo un «corpo di giovinetta».

Pier Paolo Pasolini in mostra alle Gallerie Nazionali di Arte Antica

Pier Paolo Pasolini in mostra alle Gallerie Nazionali di Arte Antica

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Eros e Thanatos

Nell'ambito dell'iconografia sacra, alla quale Pasolini attinge consapevolmente e sia pure selettivamente, un posto di rilievo spetta alle immagini della rappresentazione del lutto e dei suoi rituali, della sua manifestazione fisica e corporea, gestuale e corale. L'icona simbolica ovviamente centrale di una tale configurazione è quella della mater dolorosa della tradizione artistica europea e mediterranea, dall'Alto Medioevo al Barocco, ovvero l'immagine della Pietà, o del Vesperbild, nelle sue varie declinazioni visive. Dalla lacerante violenza affettiva di Niccolò dell'Arca al rustico sermo humilis dell'amato Romanino. Anche in questo caso l'operazione che il regista compie è totalmente postmoderna, seppur ante litteram. Non sorprende perciò che nell'immaginario pasoliniano si fondano, persino involontariamente, la tradizione figurativa e letteraria del planctus Mariae e la documentazione visiva e fotografica raccolta dalle coeve ricerche antropologiche ed etnologiche “sul campo”, come quella esemplare e influente di Ernesto De Martino.

Il corpo popolare

Alla fine però la protagonista assoluta della poetica pasoliniana è, per stessa ammissione dell'artista, la «corporalità popolare», ultimo rifugio di una cultura autenticamente reale, «sopravvissuta quasi unicamente nei corpi e precisamente nei corpi delle classi povere». L'iconografia dell'emarginazione sociale, della povertà, della fame, e i modi in cui queste hanno potuto acquisire dignità di rappresentazione visiva, precorrono e in un certo modo alimentano “l'inconscio ottico” pasoliniano. Sicché alcune coincidenze danno da pensare, tanto più se involontarie, come quella tra i grotteschi mangiatori di ricotta effigiati da Vincenzo Campi (XVI sec.) e il disgraziato protagonista del film di Pasolini, costretto a sfamarsi in una grotta, ai margini della città eterna e a morire (crocifisso) per indigestione di ricotta.

E alla fine il corpo da oggetto diventa soggetto

Ma al fondo dei motivi tipicamente barocchi eppure squisitamente moderni della meta-rappresentazione, del teatro nel teatro, della specularità e del raddoppiamento, dell'illusione e del disincanto, sta anche un tormento narcisistico, che è non meno pervasivo nell'opera dell'autore friulano, in termini controversi ma lucidamente consapevoli, spesso apertamente autoironici e autocritici, poiché, come scopre Narciso, la cosa più difficile è riconoscere sé stessi. «C'è qualcosa nell'uomo che neppure il suo spirito conosce», si legge nelle Confessioni di Sant'Agostino, il libro che Pasolini tiene aperto davanti a sé, come uno specchio, nella sua ultima fotografia nota.

Pier Paolo Pasolini. Tutto è santo - Il corpo veggente. A cura di Michele Di Monte, Gallerie Nazionali di Arte Antica, Palazzo Barberini, Roma, fino al 12 febbraio 2023

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