luigi malerba

La satira si declina in «-one»

di Camilla Tagliabue

2' di lettura

Che storietta è questa? «La carota era molto invidiosa della cipolla e diceva per me non piange mai nessuno»: è una delle spassosissime Storiette e Storiette tascabili di Luigi Malerba (1927–2008), riesumate qualche settimana fa da Quodlibet, dopo le prime edizioni per i tipi di Einaudi nel 1977 e nel 1984 (nel 1994 uscì invece la raccolta completa).

A dar retta a Wikipedia, questo sarebbe un libro per l’infanzia, ma l’ironia di Malerba è troppo affilata per non essere presa sul serio: se di fiabe si tratta, le Storiette sono al più favole per adulti, con tanto di morale canzonatoria e scanzonata, come quella che chiude il racconto «Proverbio cinese», secondo cui occorre «aspettare che passi sulla corrente il cadavere del nemico». Peccato, però, che tali sentenze «non valgono in Italia, valgono solo in Cina, per i cinesi». Fine della favola.

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Come nella migliore tradizione satirica, lo scrittore è maestro nel fustigare i costumi ridendo, stigmatizzando bonariamente i vizi privati, canzonando le pubbliche virtù, parodiando le comuni «coglionerie». Il bestiario umano radunato è irresistibile per stupidità e candore: innanzitutto i personaggetti protagonisti hanno tutti nomi storpiati con un diminutivo o un accrescitivo, finendo cioè sempre in “-ino” o “-one”, con risultati esilaranti. Ci sono Giacomone e Giacomino, rispettivamente padre e figlio, uno più scemo dell’altro; ci sono Esterone, Ugone e Pietrino; c’è uno che ha smarrito la «erre» e un altro che ha perso ineluttabilmente la trebisonda, quello che ha paura del passato remoto e quello che ha la mania dell’ordine, «eccetera ecceterone». A un certo punto, compare anche un tal «Fanfandrotti, l’uomo più ricco di tutta la città, il Re della Spazzatura, il Re dell’Intrallazzo»: per la serie, la satira è sempre politica.

Già autore di Salto mortale e Itaca per sempre, nonché sceneggiatore e protagonista dell’avanguardia con il Gruppo 63, Malerba si diverte a ridicolizzare anche il mondo animale, ideale pendant della bestiale umanità: ecco cavalli che sembrano maiali e maiali che sembrano cavalli; ragni e scorpioni vanitosi; lumache «sospettose»; asini ribelli; mosche litigiosissime; gatti in amore; cornacchie intonate; galli spelacchiati per esibire le «penne dell’arcangelo Gabriele»; cani dalle idee confuse; formiche parigine; mucche che vogliono assomigliare a fenicotteri, pur di smetterla di faticare in campagna.

«Lo sanno tutti che ci sono parole lunghe, corte, alte, basse, magre, grasse, buone e cattive. Ci sono anche delle parole velenose», ed è proprio la «guerra», o il gioco, tra le parole a stare a cuore all’autore, cui non manca il gusto del paradosso, fin matematico. Qui si chiede, ad esempio, «quante rondini ci vogliono per fare primavera?», oppure si millantano gli improbabili successi scolastici di Gasperino, «campione in geometria. Sapeva calcolare la quadratura del cerchio, la superficie della linea retta, la radice quadrata del punto e virgola»... e si era persino messo in testa di trovare l’ipotenusa dell’elefante!

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