Fisco

La scadenza non è una giustificazione

di Laura Ambrosi

(Fotogramma)

2' di lettura

Anche per gli accertamenti preceduti da accessi che non hanno rispettato il termine dei 60 giorni (come può verificarsi in questo periodo), l’invalidità dell’atto impositivo è subordinata all’inesistenza di ragioni di urgenza di deroga al predetto termine. A questo riguardo va rilevato che per consolidato orientamento giurisprudenziale non rappresenta una causa di urgenza l’imminente scadenza del termine di accertamento (da ultimo Cassazione, sentenze 7598/16 e 16602/15).

Alcune volte poi gli uffici, per evitare i 60 giorni che porterebbero alla decadenza del potere di rettifica, non consegnano un verbale conclusivo dell’attività svolta nonostante il controllo sia iniziato con un accesso.

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Anche su questo punto la Suprema corte ha chiarito che se vi è stato l’accesso presso i locali aziendali, ancorché in modo «istantaneo», le garanzie previste dall’articolo 12, comma 7, della legge 212/2000 devono essere rispettate a pena di nullità, non rilevando la circostanza che successivamente il controllo sia proseguito negli uffici e non sia stato redatto verbale conclusivo o che tale atto abbia assunto le denominazioni più differenti (operazioni compiute, verifica ecc.) e non pvc (si veda da ultimo Cassazione, sentenza 25265/17).

Appare quindi pacifico che in presenza di controllo iniziale presso la sede del contribuente, il mancato rispetto dei 60 giorni prima dell’emissione dell’atto impositivo comporti la sua invalidità.

Si può verificare ancora che nel corso della verifica i controllori facciano delle segnalazioni all’Ufficio per contestazioni riferite ad annualità diverse da quella oggetto di verifica senza redigere uno specifico pvc. In assenza del verbale, secondo la Cassazione, l’atto di accertamento conseguente è illegittimo (sentenza 24636/17)

Si ricorda poi che ai fini del rispetto del diritto di contraddittorio vale la data di emissione dell’atto e non della sua consegna al contribuente.

La difesa invece si presenta decisamente più complessa in ipotesi di controlli a tavolino: occorre infatti valutare non solo se il controllo sia stato svolto in azienda o in ufficio ma, anche in quest’ultimo caso, se la rettifica riguardi un tributo armonizzato o meno.

Sul punto le Sezioni unite hanno precisato che, differentemente dal diritto Ue, il diritto nazionale non obbliga al contraddittorio endoprocedimentale, a pena di invalidità dell’atto. Ne consegue che in tema di tributi “armonizzati”, qual è l’Iva, l’amministrazione è tenuta ad attivare il contraddittorio preventivo, a pena di nullità del provvedimento, ma il contribuente deve assolvere all’onere di enunciare in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere (ordinanza 24626/17)

Da segnalare infine che la Corte costituzionale (ordinanze 187, 188 e 189) chiamata in causa da tre commissioni tributarie in merito alla legittimità costituzionale dalla diversa applicazione delle regole sul contraddittorio a seconda che il controllo sia svolto presso l’azienda o a tavolino, per una serie di vicende formali non si è espressa ritenendo inammissibili le questioni.

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