la nomina del sovrintendente

La Scala, i manager e i metodi per selezionarli

di Franco Debenedetti


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3' di lettura

Come si sceglie il sovrintendente di una grande istituzione culturale? La Scala è un elemento portante della Milano che mai come oggi sa attrarre intelligenze e capitali; la qualità del suo prodotto e il buon funzionamento della sua organizzazione contribuiscono all’immagine positiva dell’Italia. Andrebbe quindi scelto come si fa col capo azienda di una grande impresa: considerando i risultati del passato e chiarendo che cosa si vuole per il futuro. E poi, se del caso, chiedendo a un cacciatore di teste di individuare candidati coerenti con un certo profilo.

Quali sono stati i successi del predecessore? Alexander Pereira ha voluto mettere maggiormente a profitto l’infrastruttura Scala, alzando il sipario più spesso di quanto si faceva prima. Gli si contesta il minore riempimento per le singole rappresentazioni (peraltro ora anch’esso aumentato): ma il totale delle presenze, comprese le prove generali, rasenta il mezzo milione. György Kurtág e Salvatore Sciarrino non fanno il pieno, ma la Scala ha potuto vantare due prime mondiali. Mi pare che anche a Milano si sia verificato quell’intenso rapporto con la città che mi aveva colpito a Zurigo, dove fu sovrintendente per due decenni. Si vedano le affollatissime opere per bambini. È frutto del suo contagioso entusiasmo anche il successo, che perfino i detrattori riconoscono, nell’attrarre sponsor. È criticato per non avere ridotto i costi, (sicuri che il successore farebbe meglio?): ma chi, proprio oggi, troverebbe da ridire se parte dei soldi degli sponsor sono andati a beneficio del “lavoro”, ottenendo la collaborazione di orchestrali e dipendenti? Passioni e pettegolezzi sono anche la vita dei teatri: nella Londra di Händel e dei castrati italiani, nella Vienna di Mozart e Salieri; e da noi le contese tra abbadiani e mutiani, fan della Callas e della Tebaldi. Paulo minora, al confronto. Comunque quanto ai programmi, come scelte e come esecuzioni, io lascio il giudizio ai professionisti.

E per il futuro? Mantenere la tradizione del teatro di stagione o azzardare una virata verso il teatro di repertorio, rischiando di deludere gli spettatori tradizionali? Una Scala per Milano o per coloro che Milano attrae? L’audacia di nomi nuovi o la sicurezza di quelli più noti? Aumentare le entrate da sponsor o praticare a una dignitosa austerità?

I “cacciatori di teste” vengono dopo. A Egon Zehnder avranno spiegato la differenza tra un teatro di repertorio e uno di stagioni di cartellone? Che tutti i teatri lirici hanno musicisti, coristi, scenografi, ma che la Scala è diversa, per qualità e numero, che è cruciale coinvolgerli soddisfacendone esigenze e aspirazioni? Che nessun teatro lirico vive di soli biglietti venduti, che la sovvenzione statale non basta, e che quindi si devono attirare sponsor, e che farlo è compito del sovrintendente, perché è lui che confeziona il prodotto da sponsorizzare? Se non lo si è fatto, si dà ragione a quanti malignano che il compito di Egon Zehnder era solo di giustificare una scelta già fatta: Carlo Fuortes, sovrintendente del Teatro Costanzi di Roma. Con il contorno di aneddoti sulle note preferenze di noti consiglieri, e via spettegolando.

Tutto quello che succede alla Scala ha rilevanza politica. La scelta del sovrintendente lo ha in un senso specifico, viene caricata di significato rispetto alla attuale competizione politica. L’impasse che ne risulta rischia di costare cara alla Scala. Carlo Fuortes, fiutata la situazione, ha preferito ritirarsi, aprendo la strada a Dominique Meyer, attuale sovrintendente della Staatsoper di Vienna. Di lui non si sa molto: nessuno dei melomani che conosco, per professione o per passione, ha mai sentito una sua produzione. In quanto teatro di repertorio in modo paradigmatico, Vienna è l’opposto di quello a cui sono abituati gli spettatori della Scala, e che si aspettano gli artisti scritturati. Il periodo di transizione, su cui tutti concordano, non può essere breve, gli spettacoli sono già programmati per due anni, e il nuovo sovrintendente non potrebbe che eseguirli. Donde la proposta di non rinnovare il contratto a Pereira, ma di prolungarlo fino al 2022, in coincidenza col termine di quello con Riccardo Chailly: un compromesso che dovrebbe soddisfare sia chi vuole il cambiamento sia chi si preoccupa della continuità.

Alla fine saranno i risultati a contare. E mentre gli effetti politici delle decisioni sulla governance sono immediati, quelli dei risultati si vedono nel corso di mesi e forse anni; i primi ricadono su questo Cda, gli altri su quello che subentrerà alla fine di quest’anno. Eventuali risultati negativi verrebbero addebitati ai componenti del precedente Cda, con una sola sicura eccezione: il sindaco di Milano, che ne è il presidente per statuto. Rinunciare al dividendo politico immediato della decisione, e unificare responsabilità dell’atto e delle sue conseguenze di medio periodo, sarebbe gesto di grande saggezza politica; contribuirebbe a rendere più lineare il processo, e a migliorare il clima in cui scegliere.

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