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La scelta anti pizzo di Condorelli: «Denunciare conviene ed è un obbligo sociale»

Nel 2019 un messaggio intimidatorio e bottiglia incendiaria per il proprietario dell’azienda dolciaria catanese. E lui si è rivolto ai carabinieri

di Nino Amadore

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3' di lettura

Sgrammaticati, giusto per non perdere il vizio dell’ignoranza, ma diretti: «Mettiti a posto ho (sic) ti facciamo saltare in aria cercati un amico». Un messaggio chiaro, comunque, accompagnato da una bottiglia piena di liquido infiammabile indirizzato a Giuseppe Condorelli, titolare del noto torronificio che ha la sua sede a Belpasso, in provincia di Catania.

 Era il marzo del 2019 e Condorelli, in verità si è messo perfettamente a posto: è andato dritto dai carabinieri e ha denunciato il tentativo di estorsione da parte delle cosche mafiose catanesi del giro delle famiglie Santapaola-Ercolano. Si è cercato e ha trovato un amico: lo Stato.

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C’è anche questo racconto, quello di un imprenditore coraggioso e determinato, tra le carte dell’ordinanza dell’operazione denominata “Sotto scacco” eseguita dai Carabinieri che ha disarticolato le famiglie mafiose del catanese al termine di un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catania avviata nel 2017: 40 gli arresti di cui 10 ai domiciliari e tutti appartenenti alla famiglia mafiosa di Cosa nostra Santapaola-Ercolano.

Non era la prima volta che i mafiosi andavano a”bussare” da Condorelli e già in passato sia Giuseppe (nominato Cavaliere del lavoro nel 2017) che il padre Francesco avevano denunciato i tentativi della mafia di chiedere il pizzo.

La legalità, il lavoro e lo sviluppo come vizio di famiglia in un’azienda nota al mondo per la bontà dei torroncini e per quello spot televisivo di Leo Gullotta: «Cavalier Condorelli è stato un vero piacere...».

Un atto di grande coraggio quello del cavaliere che spiega: «Denunciare conviene: l’ho sempre fatto con convinzione. Noi imprenditori abbiamo degli obblighi anche sociali e non possiamo venire meno a questi. Bisogna avere fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine. La mia vicenda personale lo dimostra. Paura? Certo c’è sempre l’alea, soprattutto quando si ha una famiglia. Ma se si vuole estirpare questa malapianta non c’è che una strada: la denuncia».

Un concetto, quello della denuncia contro la mafia, ribadito anche da Gianmauro Cipolletta, comandante della compagnia dei Carabinieri di Paternò: «Anche questa indagine - dice l’ufficiale dell’Arma - ancora una volta riscontra come la denuncia è un comportamento virtuoso non solo dal punto di vista etico e sociale ma che anche in concreto permette poi di uscire da queste logiche di intimidazione tipiche delle organizzazioni criminali. Chi non si piega, come nel caso dell’azienda Condorelli, viene lasciato in pace».

Con l’operazione “Sotto scacco” è stato scoperto il progetto della famiglia Santapaola_Ercolano di fare arrivare in Sicilia ingenti carichi di cocaina dall’Ecuador: l’intento era di occultare la droga in container contenenti banane. Gli investigatori hanno accertato che la cosca mafiosa utilizzava anche come nascondiglio per la marijuana il cimitero monumentale di Paternò.

Dalle indagini dei carabinieri, ha spiegato il comandante provinciale di Catania, il colonnello Rino Coppola, è emerso «un rilevante condizionamento da parte dei clan del tessuto economico locale» con «imprenditori che favorivano consapevolmente le illecite attività del clan».

Per la Dda di Catania è «emblematica la posizione di Salvatore Tortomasi, titolare di una ditta per la commercializzazione di prodotti agricoli ed ortofrutticoli» che «versava denaro anche in percentuale sugli utili dell’attività di impresa che, grazie alla mafia, aveva una posizione dominante nelle attività economiche esercitate».

Altre figure imprenditoriali di Paternò in rapporti con il clan sono indicate dalla Dda in Angelo Nicotra proprietario di importanti gioiellerie, e Enrico Maria Corsaro, che, secondo l’accusa, avrebbero «nascosto la provenienza illecita di beni e denaro».

Scoperto anche un sodalizio specializzato, con l’aiuto di consulenti del lavoro compiacenti, nella truffa all’Inps per fare ottenere indebitamente l’indennità di disoccupazione agricola a falsi braccianti che ricevevano 20 euro al giorno per la loro complicità. Il danno all’Ente previdenziale è stimato in oltre 85.000 euro.

Dalle indagini è emerso anche che il boss Santo Alleruzzo, che sta scontando una condanna all'ergastolo per duplice omicidio, mafia e traffico di droga a Rossano (Cosenza), approfittava dei permessi premio per ritornare nel paese d’origine, Paternò, dove durante i summit mafiosi continuava ad impartire ordini e direttive per la gestione degli affari del clan.

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