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La scelta dei leader e la qualità delle élite

di Carlo Carboni

(Marka)

3' di lettura

È da più di un decennio che la scienza sociale e politica rileva una sorta di malessere democratico delle società occidentali, che rende la politica invisa ai cittadini e imprevedibile il voto popolare.

Alcuni mercati politici si sono rattrappiti per via dell’astensionismo, altri si sono radicalizzati con partiti-movimenti antieuropeisti e populisti; altri ancora, come quello italiano, non si sono fatti mancare niente, si sono rattrappiti e radicalizzati.

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Perché? Perché la lingua batte sul dente che duole. È sempre quello: nel mondo occidentale, circola un mood anti-élite – in parte spiegabile con la deprivazione economica da crisi – che diffonde il timore di votazioni deflagranti, come nel caso di Brexit, dell’elezione di Trump o del recente referendum costituzionale italiano.

La gente vorrebbe élite visionarie, oneste e competenti: una vera e propria classe dirigente in grado di fare rotta sul bene comune. Al contrario, oggi, la politica tradizionale destra-sinistra non appare più in grado di mediare e schermare il divario d’autorità che corre tra rappresentanti e rappresentati (uno dei punti “molli” della democrazia rappresentativa già indicati da Norberto Bobbio): l’élite politica autoreferenziale diviene il bersaglio della protesta e trascina nella sfiducia popolare altri settori di classe dirigente, come sta avvenendo nel nostro Paese.

Anche grazie a studi “critici” (Ornaghi-Parsi 2004, Carboni 2007 e poi gli studi Luiss), abbiamo pian piano imparato a dare maggior peso alle responsabilità delle élite, in particolare politiche, rispetto a ritardi e difficoltà del Paese. In economia, perdiamo terreno da quasi due decenni rispetto ai competitor del gruppo di testa e molta parte della popolazione non si è sentita sufficientemente protetta durante e dopo la crisi economica.

Inoltre, instabilità e crisi politica ci accompagnano da quando – almeno da tre decenni – la politica è metabolizzata dai media e si è personalizzata e “finanziarizzata”.

Il Paese è percorso da un malessere sociale che si scarica nell’exit astensionista o nella voice della protesta grillina e leghista. Dunque tempi duri per le élite, troppo chiuse e troppo frammentate per poter recuperare autorevolezza e fiducia al cospetto del mood anti-casta che ottusamente si compiace del suo pessimismo e del gusto di esagerarlo.

Invece di creare nuove alleanze ed egemonie nell’alternanza bipolare per guidare il Paese, ognuno tira l’acqua al proprio mulino, a partire dalle alte sfere.

Questo rapporto nodale tra élite e società, innanzitutto esigerebbe serietà nel selezionare e generare classe dirigente. Questa selezione riguarda non solo la politica ma anche altre dimensioni come il mondo economico, che, pur agevolato dalla selezione del mercato, ha comunque evidenziato non pochi problemi di passaggio imprenditoriale e di formazione di una cultura imprenditoriale 4.0. Non è semplice dare risposte a come, dove e perché nasce e si forma una classe dirigente. Un leader non si crea in vitro, al pari della conoscenza generativa: si forma sul campo e si forgia nel contesto, anche se conoscenza e competenze codificate ne sono oggi un “fertilizzante” formidabile. Dopo la chiusura delle scuole di partito e l’evanescenza delle fondazioni politiche, dopo le palestre di cultura e di competenza imprenditoriale allestite dai nostri grandi gruppi pubblici e privati, gran parte del compito di formazione e selezione è ricaduto sulle fragili spalle delle nostre università (tuttavia, negli ultimi 15 anni, si sono create alcune scuole e collegi speciali con alunni meritevoli).

Gaetano Mosca sosteneva che un tema principe della democrazia e del rapporto tra rappresentanti e rappresentati attiene alle modalità di selezione della classe politica.

Criteri democratici si associano a forme d’organizzazione liberale del potere e tengono conto del merito. Criteri aristocratici prevedono, al contrario, una selezione interna alle élite, perciò cetuale, autoreferenziale. Metodi “aristocratici” vengono adottati anche in democrazia quando essa contempla una marcata gerarchia del potere (Utet 1982). È sulla selezione delle élite che “casca l’asino”. Lo scollamento tra rappresentanti e rappresentati nel caso italiano, è dovuto alla resilienza di forme aristocratiche, cetuali e gerarchiche di selezione della classe politica, che si manifestano, a esempio, con elezioni con capi lista bloccati e con un gran numero di nominati (più che eletti), fedeli che brillano della luce riflessa dai capi.

La lezione di Mosca però torna utile non solo per correggere le incongruenze, ma anche per fugare l’illusione ideologica di quanti si ostinano a vedere la rappresentanza e l’intermediazione politica come distorsioni da eliminare con la democrazia di rete e non come limiti intrinseci alle democrazie rappresentative che la politica deve saper intermediare.

Non esiste uno stato di democrazia perfetta come non esiste un mercato perfetto e tanto meno una selezione perfetta delle classi dirigenti. Tuttavia, mi chiedo: esistono ancora uomini dotati di forti convincimenti che danno senso al loro destino personale? Per scoprirlo il Paese ha bisogno di imprimere un ritmo e una qualità migliore di selezione della sua leadership.

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