l'uscita di renzi

La scelta scuote il Pd, Gentiloni: teniamocelo stretto e guardiamo avanti

«Nessuna sorpresa. Di certo per noi non rappresenta un problema, anche perché le dinamiche di partito non ci sono mai interessate. Lavoriamo per gli italiani, solo a loro dobbiamo dare risposte», commenta il ministro degli Esteri Luigi Di Maio

di Nicola Barone


Renzi lascia il Pd: «Voglio combattere Salvini, non difendermi dal fuoco amico»

3' di lettura

«Per me il Pd non è un episodio. È il progetto di una vita. Ci ho lavorato con Veltroni e Renzi, sono stato in minoranza con Bersani. Oggi è uno dei partiti progressisti europei più forti e aperti al futuro. In tempi così difficili, teniamocelo stretto. E guardiamo avanti». Da tempo distante ormai dal vecchio rottamatore dem, ultima in ordine la questione dell'opportunità di tenere in vita o meno la legislatura, il commissario europeo Paolo Gentiloni commenta la scelta dell'ex premier.

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Malgrado lo scetticismo sulla capacità di presa reale del progetto misto a non poca disillusione, in pochi al Nazareno dubitavano sul serio che a questo si arrivasse dopo la ritrovata centralità di Renzi. Lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte, avvertito a riguardo, ha chiarito di non volere entrare nelle dinamiche interne a un partito esprimendo allo stesso tempo «le proprie perplessità su una iniziativa che introduce negli equilibri parlamentari elementi di novità, non anticipati al momento della formazione del governo».

Durante un breve scambio di battute in inglese intercettato dai giornalisti alla Triennale di Milano, Dario Franceschini, neo ministro dei Beni culturali e capodelegazione del Pd nel governo, risponde alla sua omologa tedesca Michelle Müntefering. «What's Renzi doing now? Today it's a big problem». Un grosso problema. Neanche Francesco Boccia capisce bene il senso della decisione ma di certo la liquida come un errore. «Non so se il gruppo di Renzi nasce per una questione di bilanciamento di poteri. Renzi separandosi dal Pd sbaglia come a suo tempo sbagliò Bersani», dice chiaro e tondo il ministro per gli Affari regionali. «Ho letto in treno quindi con più attenzione e senza distrazioni l'intervista di Matteo Renzi a Repubblica. Cercavo soprattutto le ragioni quelle profonde e politiche della scissione dal Pd. Non le ho trovate», taglia corto Enrico Letta.

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A rappresentare nell'esecutivo la formazione che ha in testa l'ex premier toscano sarà il ministro dell'Agricoltura Teresa Bellanova, che su Facebook ne difende invece apertamente le ragioni. «È un progetto politico ambizioso. Guarda al futuro del Paese e dell'Europa, nel tentativo di interpretare e catalizzare quello che nella società italiana nasce e si muove e non trova più interlocutori competenti, affascinanti e credibili tra le forze politiche. Per questo la parola scissione è fuori luogo e pericolosa per interpretare quello che sta avvenendo. Non è scissione ma sincera presa d'atto di una difficoltà di coesistenza tra anime diverse che in questi anni si è fatta sempre più evidente».

Quella di Renzi dal Pd è una scissione parlamentare che «non ha nulla di diverso rispetto ai comportamenti che originariamente voleva rottamare» secondo l'europarlamentare Carlo Calenda. Per lui sarebbe stato impossibile andar via dal Pd insieme perché «io non faccio scissioni, cerco soltanto con chi ci sta di cambiare metodo e di cambiare approccio alla politica».

Dall'accaduto «nessuna sorpresa» per Luigi Di Maio. «Di certo per noi non rappresenta un problema, anche perché le dinamiche di partito non ci sono mai interessate. Lavoriamo per gli italiani, solo a loro dobbiamo dare risposte». Nei pensieri c'è solo l'agenda che ha davanti a sé l'esecutivo guidato da Giuseppe Conte. «Ogni singolo eletto del M5S ha un solo obiettivo, risolvere le problematiche dei cittadini. E ora che il governo è al completo dobbiamo lavorare con serietà e determinazione e portare a casa altre importanti misure per il Paese come il taglio dei parlamentari». Beppe Grillo si cimenta in una «lettera aperta ai parlamentari renziani» pubblicata sul blog. «Di solito, prima a di fare qualcosa di importante si è presi dai dubbi, si valutano i pro ed i contro, si possono vivere anche giorni di tormento interiore, poi ci si esaspera e si fa una minchiata d'impulso! I Mattei sono passati entrambi alla minchiata d'impulso, il paese è instabile e pieno di rancori, non è il momento di dare seguito a dei narcisismi». Di «storia annunciata» parla Matteo Salvini, «quella di un governo nato solo per la paura di andare al voto, di perdere la poltrona, contro la Lega e contro Salvini. Non pensavo di essere un incubo come mi ha definito Franceschini: chi non muore, politicamente, si rivede».

Come al solito, fuori dal coro, il filosofo ex sindaco di Venezia Massimo Cacciari. «Matteo Renzi ha fatto benissimo. È una cosa molto positiva e mi è piaciuta tanto anche la sua intervista a Repubblica, molto chiara». con una subordinata però imporatnte. «Avrebbe dovuto farla cinque anni fa, se avesse seguito i miei aurei consigli. Oggi avremmo il partito di Renzi al 20%, la sinistra al 15 (o viceversa) e governeremmo beati e tranquilli insieme».

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