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La schiera di domestici non basta a giustificare il taglio dell’assegno di divorzio all’ex moglie

Accolto il ricorso contro la riduzione a 2000 euro dell’erogazione per la presenza di personale di servizio in casa per la Suprema corte non tutte le incombenze si possono delegare

di Patrizia Maciocchi

2' di lettura

La presenza più o meno nutrita di domestici, non incide sulla dedizione del coniuge alla vita familiare, il cui andamento prevede incombenze che non possono essere delegate al personale di servizio. E l’assenza di un nesso, tra un folto numero di aiutanti in casa e il contributo dato dalla ex moglie al menage familiare, impedisce di tagliare l’assegno di divorzio in considerazione di domestici, cuochi ecc. La Cassazione (sentenza 36089) accoglie così il ricorso di una ex moglie contro il taglio dell’assegno, ridotto dalla Corte d’Appello a 2000 euro. Una cifra offerta spontaneamente dall’ex marito, superiore, come aveva fatto notare la Corte territoriale, allo stipendio medio di un italiano. Il versamento mensile andava a beneficio della ricorrente, un architetto che aveva deciso di abbandonare la sua professione per dedicarsi alla famiglia.

Una somma equa

Per i giudici di merito 2000 euro erano una somma equa, oltre che per l’alleggerimento del lavoro grazie ai domestici, anche per altre ragioni. Le spese relative al mantenimento e all’istruzione dei figli erano interamente a carico dell’ex marito, la signora poteva contare su un cospicuo patrimonio costituito da valori immobiliari oltre che dai lussuosi regali ricevuti durante il matrimonio. E, per finire, su una rendita di capitale di circa 15 mila euro netti l’anno. La Corte distrettuale aveva valorizzato dunque sia il patrimonio personale, sia la professionalità di cui ancora l’architetto disponeva, che si era tradotta in un lavoro durato solo alcuni anni. Il tutto richiamando la giurisprudenza sulla funzione assistenziale dell’assegno.

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Per la Suprema corte invece, nel caso esaminato, è rilevante la funzione perequativa- compensativa del versamento. Non conta dunque l’auto-sufficienza economica, valorizzata dai giudici di seconda istanza, ma pesa la disparità di reddito tra i due. Per determinare l’entità dell’assegno va stabilito il grado del contributo che ciascuno ha dato alla formazione del patrimonio personale e comune, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto. La Suprema corte prende le distanze dall’affermazione dei giudici di merito sul “reddito dignitoso”, riferito ai 2000 euro, senza accertare quali aspettative professionali la signora ha sacrificato. In più la cifra non può considerarsi adeguata stabilendo un legame, inesistente, tra presenza di domestici e apporto al menage familiare.

Ininfluente l’aiuto dei domestici

Ad avviso della Cassazione infatti «è incontestabile che la presenza più o meno nutrita di domestici non assuma valore inferenziale rispetto alla dedizione del coniuge alla vita familiare: vita il cui andamento non si esaurisce, come è del tutto evidente, nell’esecuzione di incombenze demandabili al personale di servizio» . Inappropriato anche il riferimento ai «molti e lussuosi regali» ricevuti dalla ricorrente nel corso del matrimonio. C’è da augurarsi che in altri e, purtroppo più frequenti casi, nel valutare quanto fatto in nome della famiglia, pesi almeno l’assenza totale di aiuti, come accade per tante donne che non possono delegare neppure il delegabile. Circostanze in cui comunque a fare la differenza è la scelta a monte del marito più o meno facoltoso che, anche quando le cose vanno male, consente quasi sempre di ottenere un “tfr” più che dignitoso, malgrado l’addio al tenore di vita.

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