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La schizofrenica avventura: con il deragliare della ragione Marechera racconta la guerra civile

Tradotto finalmente in italiano «La casa della fame», pischedelico monologo in cui lo sprofondare nella schizofrenia del protagonista viene paragonato alla discesa agli inferi della guerra civile dello Zimbabwe


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Dambudzo Marechera

4' di lettura

«Non c’erano addii consapevoli all’adolescenza, perché il vuoto si era già insediato in fondo alle nostre budella. E sapevamo che di fronte a noi se ne spalancava un altro con un appetito da lupo, e di cose vive». Lampi di parole esatte cuciono un frastuono di flashback, digressioni, allucinazioni e realtà più spaventose delle allucinazioni nello psichedelico monologo che costituisce La casa della fame, racconto da poco tradotto in italiano tratto dall’omonima raccolta The House of Hunger (1978) di Dambudzo Marechera.

Nato nel 1952 in una township di Rusape, nella Rhodesia Meridionale, Marechera morì di Aids a 35 anni ad Harare, capitale dell’ormai divenuto Zimbabwe, alcolizzato e senza soldi né dimora, nonostante la fama internazionale che gli valse questo scritto elogiato da Doris Lessing, Angela Carter e altri. Un testo che Marechera compose poco dopo la sua espulsione dall’Università di Oxford, accusato di aver tentato d’incendiare il suo collegio.

Ed è effettivamente un appetito sfrenato e violentissimo di cose vive quello che serpeggia nel resoconto di una catabasi parallela: lo sprofondare del narratore nella schizofrenia e la discesa agli inferi della miseria e della guerra civile del suo Paese. Discesa raccontata per sprazzi, dagli arresti in massa negli atenei ai cadaveri di guerriglieri in mostra davanti agli scolari.

«Presi le mie cose e me ne andai. Stava sorgendo il sole. Non mi veniva in mente un posto dove andare» scrive nell’incipit. Non andrà molto lontano, di bar in bar, in un flusso ininterrotto e farneticante di parole e metafore ardite dove ai dialoghi si alternano i ricordi mentre la trama si slabbra in numerosi rivoli e così fanno la sua mente dissociata, la sua personalità fratturata.

Si è lasciato alle spalle Immaculate, incinta, picchiata a sangue dal fratello di lui perché vuol tenere quel che crede essere il proprio figlio, e che il protagonista invece sa essere suo. Con la sua infanzia brutalizzata dalle botte, dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dalla miseria e dalla vergogna di una madre che si è prostituita alla morte del padre per mantenerli, Immaculate gli provoca repulsione, perché non è possibile «che una creatura come lei fosse stata concepita nella turpitudine della nostra storia. Mi faceva venir voglia di sognare, mi faceva credere nel futuro, nella speranza», tutte cose che gli erano negate.

Si è lasciato alle spalle anche la madre. Quando a nove anni le ha raccontato ciò che lo entusiasmava in un profluvio di parole senza notare fossero inglesi, lo ha fermato con una sberla: «Come osi parlarmi in inglese, che non capisco, solo perché sei andato a scuola!» ha urlato e il padre ha completato l’opera, facendogli saltare i denti davanti.

Il narratore ha iniziato l’università e nel passaggio all’età adulta la vita gli si è parata davanti «come una serie di baracche rosicchiate dalla fame dispiegata all’infinito verso l’orizzonte». Fame di libertà («La libertà che bramavamo era così viva nel nostro respiro e nelle nostre dita che ne venivamo intossicati»); fame di autoconoscenza («che ero curiosamente convinto di trovare nella “coscienza politica”»); fame esistenziale . Una fame che brucia di dolore, che «sfarfalla come un lume» e rende folli. Come folli rendeva quella ben più concreta di un altro splendido racconto allucinato: Fame di Knut Hamsun.

Rammenta d’aver raccontato a Immaculate quando ha cominciato a vedere tre persone che nessun altro vedeva, quando ha sentito recidersi il legame tra sé stesso e la sua voce, quando ha perso il controllo del linguaggio, iniziando a saltare di palo in frasca e le sue due lingue, lo shona imparato a casa e l’inglese alla scuola dei bianchi, hanno iniziato un interminabile litigio in cui una parte si esprimeva sempre in inglese e l’altra parte sempre in shona col risultato di tappargli la bocca, mentre «al contempo concepivo me stesso come un essere indefinito, ma distinto tra entrambe le culture».

Nella Casa della fame torna infatti un tema classico della letteratura di molti Paesi africani: l’attrazione e la repulsione per la cultura europea. L ambigua avventura di chi va alla scuola dei bianchi, trovandosi a cavallo tra due culture (per dirla col titolo del romanzo del senegalese Cheikh Hamidou Kane), prende qui una forma tutta diversa, quella del flusso di una coscienza alterata, e una prospettiva non più collettiva ma soggettiva e introspettiva, modernista.

Diventa una schizofrenica avventura che ha come conseguenza uno sdoppiamento, un deragliamento della personalità del protagonista che, se può essere visto come un’allegoria del destino del suo Paese, segna certo un netto contrasto con lo stile accessibile, da realismo socialista, di predecessori quali Chinua Achebe, Ngugi wa Thiong’o, Ayi Kwei Armah o lo stesso Kane. Al realismo Marechera oppone un lirismo ipnotico, in cui il caotico accavallarsi delle metafore spalanca limpidi orizzonti di senso. Perché «niente dura abbastanza da esistere. Questi frammenti del tutto ci calano addosso senza una logica. Solo di rado vediamo l’imminenza dell’intero. E quello è il principio dell’arte».

«La casa della fame» Dambudzo Marechera trad. di Eva Allione
Racconti, Roma, pagg. 123, € 13

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