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La scienza ci darà il nuovo sublime che ci meritiamo

Nel 2020 non ci saranno più leoni alati, sfingi e ninfe. Ma rumore cosmico di fondo, spazio curvo e mondo subatomico offriranno a scrittori e poeti metafore ancora più immaginifiche

di Francesco Guglieri


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1' di lettura

Pare che Samuel Taylor Coleridge, il grande poeta del romanticismo inglese, avesse l'abitudine di seguire le lezioni di chimica della Royal Institution. Quando qualcuno gli domandò perché si sottoponesse a quel tormento, Coleridge rispose: «Per arricchire la mia riserva di metafore». Una volta, negli anni Settanta, Italo Calvino fu bacchettato da Margherita Hack perché, scrivendo di buchi neri, aveva sbagliato un qualche dettaglio scientifico, si era «fatto incantare dalle immagini».

La risposta, un po’ incredula, di Calvino fu che per uno scrittore che, come lui, «va continuamente in caccia di immagini al limite del pensabile, questo è un duro colpo: come incontrare un cartello di “caccia vietata” in un bosco (la scienza) che per lui è una riserva di pregiata selvaggina».

Questo per dire quanto i muri tra “le due culture”, quella scientifica e quella umanistica, siano sempre stati più porosi di quanto si creda, o di quanto lasciasse intendere il libro del 1959 di Charles P. Snow, Le due culture appunto, che denunciava l'incomunicabilità tra scienziati e scrittori. Bene. Sessant’anni dopo il libro di Snow possiamo dire che quel muro è crollato, sta crollando, deve definitamente crollare.

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