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La scommessa da vincere si chiama Produzione 4.0

di Stefano Manzocchi

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(Bloomberg)

3' di lettura

Investire nelle imprese anche piccole come scommessa sulle prospettive del sistema produttivo italiano e come antidoto ai bassi rendimenti di mercato. Le elaborazioni presentate oggi dal Sole 24 Ore su un campione di oltre 31mila società con un fatturato oltre i 5 milioni e relative al 2015, mostrano un saldo positivo del patrimonio netto delle imprese di oltre 18 miliardi rispetto all’anno precedente, con una diffusione del fenomeno anche alle aziende di dimensioni ridotte. Nel complesso degli ultimi tre anni il saldo positivo delle nuove capitalizzazioni è di oltre 50 miliardi, ancora lontano dai 200 miliardi indicati come obiettivo dalla Banca d’Italia, ma con un’inversione di tendenza rispetto al passato.

Il sistema italiano resta “banco-centrico” rispetto alle fonti di finanziamento delle imprese, ma si intravede qualche segnale di alternative possibili. Il deleveraging e il credit crunch che hanno colpito in Italia soprattutto le piccole e medie imprese hanno indotto gli imprenditori che scommettevano sulle loro aziende a investirvi e a raccogliere altro capitale se opportuno e possibile. Ma, appunto, con il presupposto della fiducia nelle prospettive delle aziende. Anche gli interventi fiscali che nel tempo sono stati indirizzati al rafforzamento delle strutture patrimoniali delle imprese sembrano finalmente dare frutti, dall’Ace al nuovo regime di tassazione favorevole previsto per i Piani individuali di risparmio (Pir), che hanno riscosso successo all’estero e che sono dedicati ai piccoli investitori che partecipano al capitale delle Pmi, la cui raccolta in Italia sta già dando buoni risultati ed è stimata in 10 miliardi di euro nel prossimo futuro.

A tre anni dalla fine della grande recessione che ha colpito - in due fasi - la nostra economia, disponiamo di dati e analisi che compongono il quadro del sistema produttivo nazionale all’indomani della crisi. L’Istat ci ricorda che tra il 2011 e il 2014 il sistema produttivo nel suo complesso ha perduto il 5% circa della sua massa, ovvero 190mila imprese e 800mila addetti.

Tra le aziende che sono rimaste attive, tuttavia, la fascia di imprese più resistenti (in termini di redditività e di solidità finanziaria) ha aumentato il proprio peso in termini di addetti e valore aggiunto, mentre quelle definite “fragili” e “a rischio” l’hanno diminuito. Questo è stato vero soprattutto nell’industria, mentre il terziario ha in molti comparti segnato il passo: si è dunque assistito a un’ulteriore ristrutturazione del tessuto manifatturiero italiano, mentre il recupero di efficienza e solidità nei comparti dei servizi è stato assai meno intenso. La ripresa degli investimenti produttivi, le cui prime avvisaglie risalgono proprio a due anni fa e che si è consolidata nel 2016, ma alla quale manca ancora all’appello la componente edilizia, fa dunque perno più che nel passato su risorse finanziarie proprie e in prospettiva anche su apporti di capitale di rischio in nuove forme.

Naturalmente, una maggior solidità finanziaria è condizione necessaria ma non sufficiente per recuperare efficienza produttiva e organizzativa. Le nostre imprese sono in media ancora attardate rispetto ai paradigmi tecnologici e manageriali che brevemente possiamo riferire a Industria 4.0 (ma forse Produzione 4.0 rende meglio l’idea di una transizione che si estende anche al terziario e all’agricoltura). Le misure per favorire gli investimenti 4.0, dal credito d’imposta al superammortamento, sono rilevanti, ma ulteriori strategie per rafforzare il capitale organizzativo e manageriale specie delle Pmi sarebbero benvenute. Per esempio, e nonostante la congiuntura italiana sia stata trainata dall’export fino al 2015, mettere in ordine la casa sotto il profilo finanziario non è bastato alle aziende italiane per completare un passaggio numericamente significativo in termini di intensità di internazionalizzazione: anche tra le aziende strutturalmente idonee per incrementare la proiezione estera, molte hanno scelto di non farlo. Il deficit di capitale immateriale (innovazione, management, marketing) pesa spesso più del gap di capitale fisico.

Sullo sfondo, restano i dilemmi di un sistema-Paese alle prese con un mercato interno non esattamente promettente, considerando le dinamiche demografiche e tecnologiche. Puntare soprattutto sui mercati esteri è oggi una necessità per le imprese più dinamiche e solide, ma non risolve da solo l’emergenza nazionale di un tasso di disoccupazione inaccettabile, né risponde alla questione posta giorni fa sul Sole da Martin Wolf di un’Eurozona che non potrà solo rincorrere all’infinito gli standard competitivi e i surplus commerciali tedeschi.

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