uomini di frontiera

La scontrosa ribellione di Giovanni Pirelli

di Giuseppe Lupo


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3' di lettura

Credo di non esagerare se affermo che la vicenda di Giovanni Pirelli - una storia che si origina dalla borghesia imprenditoriale lombarda e poi tocca le esperienze di soldato, di partigiano, di scrittore e storico, infine di attivista politico - conserva i tratti di una lunga predisposizione all'inquietudine e riassume gli esiti più rappresentativi di un certo Novecento. Molte etichette sono state usate per definire quest'uomo: figura ambigua e irrisolta, Francesco d'Assisi antiborghese, addirittura disertore, come arrivò a scrivere Indro Montanelli dopo l'addio all'azienda di famiglia.

Tutto ciò ha un fondo di verità: la sua vita, in effetti, è quella di un fuoriuscito. Ed è anche grazie a queste etichette che si è andato costruendo, via via, negli anni, il fascino di un intellettuale in perenne lotta con se stesso e con il progetto di una civiltà più equa. Ma delle parole consegnate troppo in fretta alla mitografia del presente bisogna sempre diffidare e cercare invece rifugio nel labirinto dei documenti, come fa Mariamargherita Scotti in questo notevole saggio di scavo. Il viaggio dentro le lettere e le carte d'archivio permette di puntualizzare non soltanto gli aspetti caratteristici con cui siamo abituati a ragionare su Pirelli, ma anche altri, più originali, che danno conto di una personalità che non si è mai sottratta alle responsabilità del suo tempo, anzi le ha attraversate tutte - dalla fabbrica alla guerra, dalla Resistenza alla militanza politica nelle file socialiste ed extrasocialiste - osservandole con l'occhio di chi ha strategicamente scelto una posizione defilata per meglio interpretare quel ruolo di sintesi che Leslie White enumerava tra le virtù di quest'uomo, nel giugno del 1973, tre mesi dopo la sua morte. Oltre che di sintesi, Pirelli appare un uomo di frontiera, al confine di molti orizzonti più o meno distanti, frequentati magari con slancio giovanilistico eppure sempre fedele all'esercizio del dubbio. Esattamente in questo sta il suo modo di interpretare il Novecento: un procedere contromano, disordinato e anomalo, apparentemente privo di aspetti progettuali, ma dai presupposti epici, se in questa categoria possiamo includere, con la guerra, la ricerca di verità e di giustizia. In anni di forte impatto ideologico e politico, quando la migliore intellighenzia italiana coltivava la realtà quale strumento per fare letteratura, Pirelli elaborava una scrittura di orecchiature kafkiane, così piena di allucinazioni e ricordi da convincere Vittorini a imporre il suo nome per ben due volte nella collana dei Gettoni einaudiani, a dispetto dei giudizi di Calvino e della Ginzburg. Il lavoro narrativo rappresenta uno dei numerosi interessi del suo eclettismo, probabilmente costituisce la sponda di una vita ideale, alternativa fino a un certo punto alla vocazione da imprenditore che tramonta sotto l'urgenza della Storia, i cui frutti maturano a Napoli, all'ombra di Benedetto Croce e Federico Chabod, e portano a quel monumento di civiltà che sono le Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Pirelli era consapevole che il suo nome sarebbe rimasto legato a questa impresa, uno dei più longevi long seller dell'editoria italiana, presto seguita dalle raccolte dedicate alla Resistenza europea e alla guerra anticoloniale algerina. Qui sta forse il nucleo vero del suo lavoro intellettuale: dare voce agli incubi di un secolo sbagliato, aiutare chiunque è sepolto nel sottosuolo della Storia a uscire allo scoperto. La formula vale in funzione testimoniale - è un esercizio cioè che dalla sfera dell'io giunge a coinvolgere un segmento di tempo che è appartenuto alla nazione - ma vale soprattutto in proiezione futura, negli anni Sessanta e Settanta, quando Pirelli intensifica il suo impegno a fianco dei popoli africani e la sua casa diventa un punto di riferimento di una sinistra eterogenea al socialismo, non sempre capace di comprendere quell'atteggiamento che Ernesto Ferrero, nel risvolto di A proposito di una macchina (1965), chiamò «la scontrosa ribellione di una coscienza morale».

Mariamargherita Scotti, Vita di Giovanni Pirelli. Tra cultura e impegno militante, Donzelli, p. 292, euro 27

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