I nodi del Pnrr

La scuola del dopo Covid ha bisogno d’insegnanti più formati nella didattica

La via da percorrere è opposta a quella prevista nel Pnrr: serve grande attenzione preliminare alla formazione e una selezione all’ingresso molto dura

di Andrea Gavosto

(Adobe Stock)

4' di lettura

Nonostante la preoccupante ripresa dei contagi, la scuola italiana ha finora scongiurato il rischio di ritornare alla didattica a distanza, grazie soprattutto all’elevata percentuale di vaccinati fra i docenti e gli studenti. Se l’emergenza sanitaria consente oggi un cauto ottimismo, quella educativa sembra invece essere finita in secondo piano. Eppure, sono davvero pochi i mesi trascorsi da quando nel luglio scorso i dati Invalsi avevano confermato un’enorme perdita di apprendimenti avvenuta durante la pandemia: a partire dalla scuola media, nell’arco di due anni, gli studenti mancano dell’equivalente di due mesi di scuola in italiano e di quattro in matematica; oltre cinque mesi al termine delle superiori. Perdite capaci di far pagare a questa generazione un prezzo assai elevato in termini di prospettive di studio e lavoro. Certo, che un diplomato su due in Italia non sia riuscito nel 2021 a raggiungere un livello adeguato di competenze matematiche (e il 40% in italiano) dopo 13 anni di scuola non può essere colpa solo della pandemia. Quest’ultima ha di sicuro aggravato, ma soprattutto ha reso evidente a tutti un cronico fallimento del nostro sistema di istruzione, che da decenni penalizza soprattutto gli studenti delle regioni meridionali e chi proviene da ambienti sociali svantaggiati.

MATEMATICA, UNA PIOGGIA DI INSUFFICIENZE
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In ogni caso, dopo una prima reazione di sgomento, la questione delle conoscenze e competenze perdute negli ultimi due anni di scuola sembra essere stata già accantonata. Il piano estivo di recuperi voluto dal ministro Bianchi difficilmente ha prodotto risultati significativi sugli apprendimenti (lo sapremo però davvero solo con i prossimi dati Invalsi); né risulta che all’inizio del nuovo anno la maggioranza delle scuole abbia attivato programmi di recupero più intensi del solito; la vita in classe sembra avere ripreso il suo ritmo pre-pandemia, di fatto ignorando che oggi ci sono ragazzi scolasticamente più fragili rispetto ai loro fratelli maggiori. Eludere il problema è pericoloso: le conseguenze di ritardi e scelte sbagliate in istruzione si vedranno a decenni di distanza, ma possono essere molto gravi. Anche se non mancheranno resistenze, a partire dagli stessi studenti, un programma sistematico e diffuso che definisca modi, spazi e tempi aggiuntivi per colmare le lacune che si sono create in questi due anni appare un passaggio inevitabile: non solo per affrontare le parti del curricolo che sono state tralasciate, ma anche per ricreare in classe un clima più favorevole alla partecipazione e alla collaborazione fra compagni, dopo la lunga fase dell’isolamento e della Dad.

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Se il recupero degli apprendimenti dopo la pandemia ha carattere straordinario, sarebbe però assai utile vederlo – quasi come un banco di prova – anche alla luce delle riforme previste dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, che toccano aspetti centrali del nostro sistema, come l’orientamento, l’istruzione tecnica e professionale, le carriere dei docenti. Una però spicca su tutte: quella relativa alla formazione e al reclutamento dei docenti delle scuole secondarie di I e II grado.

Sappiamo che gli attuali meccanismi di formazione iniziale e di assunzione producono, anno dopo anno, grandi criticità, come la mancata copertura stabile delle cattedre di molte materie in molti luoghi, con il conseguente enorme numero di precari. Soprattutto, non preparano i docenti all’insegnamento. Le procedure di selezione privilegiano la conoscenza delle discipline (che è fondamentale, ci mancherebbe), tralasciando di verificare la preparazione alle metodologie didattiche e alla pratica in aula, necessarie a fare un buon insegnante. Del resto come mai potrebbero le procedure di abilitazione e assunzione verificare la qualità di competenze didattiche che negli anni precedenti non sono state apprese, non venendo offerte nei percorsi universitari, se si escludono i 24 striminziti crediti “in materie antropo-psico-pedagogiche”?

La riforma prevista dal Pnrr cerca di ovviare a questo difetto storico del nostro sistema, proponendo di assumere i futuri insegnanti attraverso graduatorie a valle dell’esito di un iter concorsuale che al momento sarà svolto con le regole semplificate della riforma Brunetta (un’unica prova scritta al computer a risposte chiuse, un colloquio orale), insieme a titoli e anzianità. I vincitori saranno assunti temporaneamente e nell’anno di prova dovranno sia insegnare (che sostituisce il tirocinio tipico degli altri paesi) sia formarsi dal punto di vista didattico. Al termine, se supera una prova finale nella scuola in cui ha prestato servizio, il candidato viene confermato in ruolo e si deve fermare per tre anni nella stessa scuola, così da favorire la continuità dell’insegnamento.

Pur essendo un progresso rispetto allo stato attuale delle cose, difficilmente però il nuovo meccanismo porterà a un salto di qualità nel profilo professionale dei nuovi insegnanti. Nel Pnrr manca una chiara articolazione di come offrire formazione didattica non soltanto teorica – anche attraverso robusti tirocini e pratica d’aula – prima del concorso, superando le attuali resistenze delle università ad attivare corsi di studio dedicati. In assenza di questa, il concorso non potrà che continuare a verificare solo conoscenze astratte, non l’effettiva capacità di insegnare. Inoltre, la procedura semplificata con la prova a risposte chiuse non migliora, anzi forse peggiora l’attuale sistema: l’iter sembra nel complesso inadatto a capire se il giovane laureato ha le caratteristiche professionali e attitudinali per diventare un buon insegnante. Tanto meno convince la centralità data alla verifica dopo l’anno di prova: questa – come l’esperienza dimostra – rischia sempre di essere un esercizio largamente formale, quasi impossibile da fallire.

Per sanare le ferite causate agli studenti dal Covid occorre uno sforzo lungo e impegnativo, svolto da docenti con capacità didattiche teoriche e pratiche di livello superiore. Oggi, il sistema di reclutamento e formazione non ci dà insegnanti con tali caratteristiche. Idealmente, la strada da percorrere è opposta a quella esplicitata nel Pnrr: una grande attenzione preliminare alla formazione didattica e una selezione all’ingresso molto dura, grazie alla quale scegliere i candidati più competenti, motivati e portati all’insegnamento. Questo avviene in Paesi come la Finlandia che dispongono di sistemi educativi all’avanguardia. Ovviamente, le condizioni retributive e di carriera andrebbero modificate per attrarre nella scuola i migliori laureati, oggi spinti ad altre professioni soprattutto in campo scientifico e tecnico, così da incoraggiarli ad affrontare la dura selezione iniziale. E anche questa è una condizione affinché il Pnrr consegni al Paese una scuola migliore di quella attuale.

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