il nodo delle disuguaglianze

La scuola pubblica deve garantire la mobilità sociale

di Natalino Irti

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3' di lettura

Dolorose – per chi ha trascorso oltre mezzo secolo nelle aule scolastiche – le pagine, che Ignazio Visco dedica all’istruzione nella lectio magistralis, tenuta il 16 dicembre nel Gran Sasso Science Institute, la Scuola universitaria superiore dell’Aquila. Quella che chiamerei “prosa della Banca d’Italia”, concisa e sobria, fatta di brevi e dense proposizioni, più assertiva che argomentativa, rivela, tutta nuda e grave, la situazione del nostro Paese.

L’accento del Governatore non cade soltanto su profili di discipline e contenuti, ma, con inattesa e ferma energia, su disuguaglianze sociali e «diminuzione del “grado di mobilità sociale inter-generazionale”, ossia della possibilità per i figli di passare a uno status sociale diverso da quello dei loro genitori». Né si tace che i vecchi e fragili edifici scolastici non sono «all’altezza del ruolo che la formazione ha per il progetto di vita dei giovani, soprattutto per coloro che muovono da contesti familiari o ambientali svantaggiati»; né che «il ricorso ampio e persistente alla didattica a distanza può inoltre ampliare il divario tra quanti possono contare su un adeguato sostegno in ambito familiare e quanti non possono contarvi»; né – quasi raccogliendo i diversi rilievi – che «nel nostro Paese resta molto forte la correlazione fra i risultati degli studenti e il livello di istruzione della famiglia di provenienza, legame che rischia di rafforzarsi nelle attuali circostanze».

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Si sono trascritti questi luoghi della lectio per mostrare la scabra serietà della autorevole denuncia. In cui vibra la memoria – o, comunque, il lettore può avvertirla secondo la personale sensibilità – di un’altra Italia: dove la scuola pubblica determinava o favoriva la “mobilità sociale”. E anzi, più propriamente, la scuola pubblica e l’esame di Stato: istituti che appartengono alla tradizione più alta del liberalismo, e che vediamo anche accolti dalla Carta costituzionale. Essi disegnano insieme l’immagine di una scuola, a cui tutti possono accedere, superiore a disuguaglianze di classe, severa nel sottoporre tutti i giovani a un conclusivo giudizio di garanzia.

A questa scuola innumerevoli italiani debbono la transizione da una ad altra categoria sociale, la svolta capace di segnare diverso cammino a individui e famiglie: dalla coltura dei campi al commercio, dall’umile negozio di borgo alle professioni “liberali”, dalla fatica di operaio all’esercizio di moderne tecnologie; e così seguitando. Chi rammenta tempi lontani della nostra storia, sa anche l’importanza sociale della “laurea”, del titolo di studio atteso dalle famiglie e perciò festeggiato come simbolo della “svolta”, spesso raggiunta con sacrificio quotidiano e nella trepidazione degli anni. Era simbolo di una rottura, di un avanzamento di costumi di vita e di benessere economico.

Alla scuola pubblica si congiungeva, nella medesima volontà di eguaglianza e di garanzia collettiva, l’esame di Stato. A esso metteva capo la riforma del 1923 – stravolta già negli anni del fascismo – in cui confluiva il contributo dei più grandi pensatori italiani, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. L’esame di Stato non è un qualsiasi esame, una semplice verifica di sapere, ma un controllo conclusivo, destinato a offrire una garanzia pubblica. “Giudizio” è oggi fra le parole impronunciabili, mentre si affollano nel linguaggio i “percorsi”, le “crescite” ecc. ecc.: ma essa tuttavia riassume ed esprime la necessità di una “prova”, dove conoscenze e carattere, prontezza intellettuale e capacità intuitiva siano chiamate a misurarsi. Dell’esame di Stato può sbarazzarsi soltanto chi, con rozza disinvoltura, lo consideri un fastidio lesivo di non si sa quale spontaneità adolescenziale.

Può sembrare al lettore che questo articolo si allontani a poco a poco dalla lectio del Governatore, ma invece s’illude di scorgerne la trama più profonda di pensiero. Si tratta di tenere insieme la severa immagine della scuola e l’allargamento agli sviluppi della tecnologia, sicché l’Italia si sollevi al rango dei grandi Paesi del nostro tempo. Non è un’alternativa, distruttrice del passato, ma un equilibrio storico, una consapevole mediazione volta all’eguaglianza sociale, a quella parità dei “punti di partenza”, che legittima le differenze e le distanze della vita. Soltanto il prestigio della scuola pubblica e la giusta severità dell’esame di Stato sono in grado di garantire quegli eguali “punti di partenza”, da cui muove la costruzione che ciascuno fa del proprio destino.

Il passato delle famiglie, la proficua fatica dei genitori e degli avi, non è dimenticata, ma come risolta nella continuità di una storia, che ha bisogno, di tempo in tempo, di un nuovo inizio e di affidarsi alla tenace operosità di figli e nipoti. Ogni generazione, pur partecipe e custode del passato, ha il dovere morale di “ricominciare da capo”.

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