incontro con renzo piano

La scuola sicura e il «rammendo» con la città

di Giorgio Santilli

3' di lettura

La scuola sicura e aperta alla città. Dopo il progetto sulle periferie e il «rammendo urbano», Renzo Piano, architetto e senatore a vita, lascia cadere un’altra delle sue «gocce» che vogliono cambiare la cultura del Paese in profondità partendo dalle «piccole cose» della vita quotidiana: stavolta è il «rammendo sociale» che la scuola - come istituzione e come luogo fisico - può favorire, ma è anche l’idea da far circolare che «il terremoto non è una fatalità» e bisogna prevenire.

Prevenzione e progetti flessibili

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Dalla stanza G124 messa a disposizione da Palazzo Madama e usando integralmente la sua retribuzione da senatore per sostenere i costi del progetto e coinvolgere un gruppo di giovani architetti, Piano spiega il progetto della scuola antisismica che ha regalato al comune di Sora («scelto dopo una serie di sopralluoghi») e che dovrebbe partire con i cantieri entro un anno ed essere completato nel giro di due con una spesa di 6,8 milioni, già messi a disposizione dal ministero dell’Istruzione e dal programma «Casa Italia». Vuole essere «un modello», ma l’obiettivo non è tanto replicarlo all’infinito, in mille città d’Italia, quanto forzare e modificare il quadro di regole e convenzioni che oggi pone ostacoli e difficoltà. «Non è bello disubbidire - dice Piano - ma fa parte della sperimentalità».

«Un architetto non può essere che ottimista»
Lo spiega bene il maestro Franco Lorenzoni, erede - così lo presenta Piano - della scuola di don Milani e Loris Malaguzzi, che ha collaborato con l’architetto per avvicinare l’edificio a un modo di fare scuola . «La speranza - dice Lorenzoni - è che questo progetto ci aiuti a fare passi avanti nella normativa per consentire il multiuso delle scuole». Già, perché il Paese è questo: si parla da anni di aprire le scuole al territorio, ne parla molto anche la politica, ma le norme creano ostacoli. Minimizza la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, ricordando che già oggi associazioni usufruiscono degli spazi scolastici per attività culturali e sportive, ma il collegamento con la città è fortemente limitato dalla mancanza di chiarezza sulle responsabilità. «Un architetto non può essere che ottimista o dovrebbe cambiare mestiere», smussa Piano, interessato solo, con il suo consueto passo, a far passare l’idea senza strappi e senza polemiche.

Il “metodo Piano” e la politica di Gentiloni
Si ritrae anche quando, vicino al presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, gli si chiede come mai la campagna elettorale si occupi così poco di periferie e di scuole. Non è che non voglia parlare di politica, ma lo fa solo se può toccare con mano la vita pratica degli italiani. Sullo ius soli, per esempio, dice chiaro e tondo che si deve fare e che i bambini che frequentano queste scuole non possono che essere italiani. Quando gli si chiede se fa un bilancio positivo di questi 3-4 anni di lavoro dalla stanza G124 e dell’effetto che hanno prodotto sul Paese risponde a modo suo. «Sono soddisfatto che 75mila ragazzi abbiano scelto il tema sulle periferie quando è stata data quella traccia all’esame di maturità. Probabilmente sono ragazzi di periferia come lo ero io». Gentiloni ricorda i bandi del piano per le periferie che ha portato 120 progetti in altrettante città per un investimento di 4 miliardi. Ma soprattutto richiama una sintonia forte con Renzo Piano, che dura dai tempi dell’Auditorium di Roma. «Ero uno schizzo che è diventato reale», dice. Una sintonia che non si potrebbe esprimere meglio quando il premier trasla il metodo Piano al suo modo di fare politica. «Il rammendo - dice - è il compito del governo in ogni settore».

La terrazza di Telete
La scuola sicura di Piano è un piccolo volume di 42 metri di lato che si sviluppa su due piani per un’altezza di 8,5 metri. Il piano terra è «il piano della città di tutti»: uno spazio per la musica, per il teatro, il movimento, i giochi. È qui che bisogna forzare le norme per consentire lo scambio vero dietro le pareti di vetro. Il primo piano è quello degli spazi per lo studio, la scuola in senso stretto: «non luogo di mera trasmissione culturale, ma di creazione culturale». Qui il tratto architettonico che Piano sottolinea è il superamento dei corridoi, delle separazioni, delle segregazioni. Il secondo piano è quello della terrazza. «Tutti i bambini sognano di andare in terrazza», dice Piano. E Lorenzoni: «L’abbiamo chiamata la terrazza di Talete perché Talete fu il primo a a scoprire che l’anno dura 365 giorni. E lo fece guardando tanti tramonti». La terrazza è il luogo dell’osservazione, della città, del cielo, delle stelle. Anche qui c’è un contesto da modificare: «Quante scuole hanno terrazze che sono chiuse».

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