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La seconda vita delle miniere sarde

di Davide Madeddu


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4' di lettura

In galleria non si scava più. Ma, alla fine del ciclo produttivo, c’è comunque, un futuro per quelle che, il secolo scorso, sono state le grandi miniere della Sardegna. È fatto di ricerca scientifica e sperimentazione e turismo e investimenti. In mezzo poi ci sono le bonifiche ambientali che valgono oltre trecento milioni di euro e la valorizzazione del patrimonio immobiliare collegato. Mille chilometri di gallerie distribuite tra tutti i siti minerari sparsi nell'isola che, in buona parte, potrebbero essere utilizzate per nuove iniziative.

Quasi un mondo misterioso, fatto di strade sotterranee e macchinari pesanti, che richiama l'attenzione di turisti e visitatori. Non a caso, proprio per il periodo pasquale, ma anche per quello successivo, gli uffici prenotazioni hanno registrato il tutto esaurito. I numeri più significativi riguardano i siti del Sulcis Iglesiente: la galleria di Porto Flavia a Masua (diramazione della miniera di Masua che termina con una piattaforma a picco sul mare) quella Villamarina di Monteponi, Galleria Henry a Buggerru e la grotta Santa Barbara a San Giovanni. Il tutto a conferma di una tendenza che ha visto crescere il numero dei visitatori del 40 per cento, passando nell’arco di un anno da 18mila a 34mila con incassi per 340mila euro circa.

La seconda vite delle miniere del Sulcis

La seconda vite delle miniere del Sulcis

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Non meno importante il sito di Fluminimaggiore dove c’è la miniera di Su Zurfuru, gestita da un’associazione di minatori Su Zurfuru mine che ha rimesso in piedi, assieme al Comune, l’intero sito con tanto di laveria in legno e dove, come spiega il presidente Salvatore Corriga, «si cerca di conservare non solo la memoria storica ma anche quella industriale con i macchinari originali dei primi del 900». Non solo turismo. Da un’altra parte della Sardegna, invece, la sperimentazione e la ricerca tecnologica viaggiano, infatti, di pari passo con le escursioni e le visite guidate. A Lula, 38 chilometri da Nuoro, per la miniera di Sos Enattos, gestita dalla società in house della Regione Igea, ci sono due progetti. «Una è la valorizzazione turistica – spiega Michele Caria, amministratore unico dell’Igea, la società in house della Regione titolare delle concessioni minerarie - l’altra è quella scientifica. Siamo in fase di definizione con l’università di Sassari per la stipula di un protocollo». Obiettivo è la ricerca che porta alla scoperta delle onde gravitazionali perché il sito di Lula, e le sue gallerie a 80 metri di profondità «sono state considerate il luogo ideale per portare avanti questo tipo di ricerca».

«È chiaro che questo tipo di attività – argomenta – darebbero la possibilità di avviare un tipo di economia che mette assieme sia alte specializzazioni sia un sistema di indotto importante». La strada delle bonifiche, con progetto e dote finanziaria da 30 milioni di euro, traccia il futuro dell’ormai ex miniera d’oro di Furtei, aperta negli anni 90 e chiusa dopo una quindicina d’anni di attività e la produzione di quattro tonnellate d’oro appunto.

Per il momento si procede a piccoli passi sul fronte carbone e sull’ultima miniera di carbone d’Italia, teatro dell’ultima rivolta dei pozzi nel 2012. Il programma di dismissione del sito di Nuraxi Figus, nel Sulcis Iglesiente (la fine della produzione è fissata per il 2018 e la chiusura totale, salvo nuove iniziative, per il 2027) certifica la fine di un’epoca. Quella delle grandi aziende minerarie (oggi a gestione pubblica) con campi che spaziano da quello carbonifero a quello metallifero. La miniera di carbone, gestita dalla Carbosulcis, azienda controllata dall’assessorato regionale dell’Industria, è l’ultima, nonostante le riserve per un miliardo e mezzo di carbone sub bituminale che cesserà la produzione.

«Per ora viene garantito il minimo per continuare a testare l’impianto per la produzione di acidi umici – spiega Antonio Martini, ingegnere minerario e amministratore unico – dal 2018 si fermerà definitivamente. Intanto però stiamo già guardando al futuro e in sottosuolo si procede alla pulizia di tutte le parti dagli elementi legati all’attività estrattiva». I quaranta chilometri di gallerie, «tutte cablate e dotate di servizi e tecnologia» 15 delle quali camionabili, quattro pozzi profondi più di mezzo chilometro, si preparano per la fase due. All’orizzonte ci sono tre progetti di alto rilievo scientifico perché, come aggiunge Martini «sarebbe veramente un peccato perdere questo patrimonio tecnologico infrastrutturale e di competenze».

Uno è il progetto Aria portato avanti dall’Istituto nazionale di fisica nucleare assieme alla Regione e alla Carbosulcis. Previsto un investimento di 12 milioni di euro e un intervento di 18 mesi e l’impiego di 15 figure professionali altamente specializzate. Il coordinamento è in capo alla sezione Infn di Milano, il programma prevede la sistemazione una torre-pilota di distillazione criogenica: una specie di macchina lunga 350 metri da collocare nella verticale di un pozzo profondo 500 metri. Una volta operante produrrà, con una tecnica molto simile alla distillazione della grappa, Argon 40, (usato per la ricerca della materia oscura) ossigeno-18 e carbonio-13.

Nel sottosuolo poi altri due progetti: «Uno è quello di realizzare un laboratorio per il progetto di Ccs (cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica – spiega ancora Martini – e, assieme alla Sotacarbo (azienda pubblica di ricerca) stiamo aspettando l’approvazione del progetto dal Miur per un finanziamento di alcuni milioni di euro». Poi l’utilizzo delle gallerie per lo smaltimento di ceneri e gessi provenienti dalla vicina centrale Enel.

Tasselli di un mosaico che ridisegna lo scenario minerario e industriale dell’isola.

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