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La seconda vita delle Province. Ecco le proposte dei partiti, uniti per farle rinascere

Sei disegni di legge già presentati. La commissione Affari costituzionali del Senato pronta alle audizioni, poi si lavorerà a un testo base

di Manuela Perrone

(ANSA )

5' di lettura

Le Province sono morte, viva le Province. Il vessillo agitato per anni in nome della lotta alla «casta» sembra essere definitivamente ammainato: sono ben sei i disegni di legge già depositati da Fi, Fdi, Lega e Pd per ridare una possibilità agli enti più deprecati della storia della Repubblica. E anche M5S e Italia Viva stanno per depositare le loro proposte. La commissione Affari costituzionali ha già deciso di avviare un ciclo di audizioni, che cominceranno appena finito l’esame del Milleproroghe. Poi è probabile che venga nominato il comitato ristretto per arrivare a predisporre un testo base. Bipartisan. Chi lo avrebbe mai detto? Maggioranza e opposizioni, divise su tutto, si ritrovano per offrire una seconda vita alle Province.

Verso l’archiviazione della legge Delrio

Per fare cosa? Semplice: archiviare la legge Delrio (56/2014), che aveva ridimensionato drasticamente le competenze delle province – riducendole a edifici scolastici degli istituti superiori, parte della viabilità e ambiente – e abolito l'elezione diretta di presidenti e consiglieri, sostituendola con un sistema di secondo livello, che prevede che siano consiglieri comunali e sindaci, ogni due anni, a eleggere il consiglio provinciale e ogni quattro anni a scegliere il presidente, che deve essere un sindaco con almeno 18 mesi di mandato alle spalle (nelle Città Metropolitane il presidente è di diritto quello del Comune capoluogo). Dal 2014 al 2022 si sono tenute almeno venti tornate elettorali provinciali. Peccato che la riforma pensata dal governo Renzi doveva essere temporanea: era stata pensata per traghettare le Province verso la completa eliminazione, salvando dall’accetta soltanto le città metropolitane.

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Un limbo durato otto anni

Ma al fatidico referendum del 4 dicembre 2016 gli italiani, bocciando la riforma su cui Matteo Renzi aveva scommesso la sua permanenza al timone del governo, hanno bocciato anche l'addio alle Province. Rimaste nel limbo per otto lunghi anni. Indebolite. «È proprio lo svuotamento della provincia - ha sottolineato la Corte dei conti nella Relazione sulla gestione finanziaria degli enti locali 2019-2020 - ad aver mostrato l’utilità di enti complessivamente in grado di corrispondere alle funzioni di dimensione ’vasta’, capaci di costituire un riferimento per l’intero sistema delle autonomie e in particolare per i Comuni, specie quelli di dimensioni minori».

La galassia attuale

Una storia molto italiana, a pensarci bene: il guaio delle mezze riforme, le incompiute che non giovano a nessuno, perché i risparmi si pagano in confusione e disservizi. Il mancato superamento della legge Delrio secondo lo schema previsto, come evidenzia l’Upi, ha generato incertezza sulla titolarità delle funzioni, caos nel riordino, progressivo accentramento di poteri amministrativi in capo alle Regioni, tagli alle risorse. Con il blocco per cinque anni, di fatto, della manutenzione ordinaria e della capacità di investimento delle Province su servizi essenziali, a partire dai 130 chilometri di strade e delle oltre 7mila scuole secondarie superiori in gestione al personale. Per non parlare di ciò che è accaduto al personale: al 1° gennaio 2015 i dipendenti erano 41.205; dal 2015 al 2017 sono state trasferite o collocate in pensione circa 16mila persone; oggi è rimasto in servizio un totale di 16mila lavoratori. Ma è arrivato il Pnrr con il suo carico, positivo, di fondi e cantieri. Da qui la disperata richiesta di tecnici, esperti delle procedure di investimento, progettisti.

Più spoliticizzazione, più difficoltà di capire le responsabilità

Un dossier di Openpolis nel 2020 aveva mostrato la tendenza alla «spoliticizzazione» che ha caratterizzato le competizioni per le province: nel 40% degli enti le liste in campo alle elezioni precedenti la rilevazione non avevano alcun riferimento politico nel nome. Ma la conseguenza è stata anche l’aumento della difficoltà, per il cittadino, di attribuire responsabilità politiche chiare. Una difficoltà che cozza contro l’essenzialità delle funzioni residue svolte e con la fatica della riassegnazione delle altre competenze.

La richiesta unanime dei partiti: tornare all’elezione diretta

Passata l’onda dell’anticasta e dell’antipolitica, adesso le Province diventano quasi il simbolo della politica che torna a riprendersi i suoi spazi decisionali. Ad aprire le danze era stato a novembre il ministro Roberto Calderoli: «Credo che sia necessario ricreare il soggetto Provincia, che debba essere eletto nel suo presidente e nel consiglio con una elezione diretta». Detto, fatto.Tutti i Ddl presentati (uno da Fdi, a prima firma Marco Silvestroni, uno dalla Lega, a prima firma Massimilano Romeo, uno da Forza Italia, a prima firma Licia Ronzulli, e tre presentati dai dem firmati da Bruno Astorre , Dario Parrini e Valeria Valente ) - sostanzialmente propongono il ritorno all’elezione diretta del presidente della Provincia e dei consiglieri, con alcune differenze.

Sindaci dei Comuni oltre i 15mila abitanti, la Lega vuole cambiare

Quello della Lega, ad esempio, prevede anche una modifica per l'elezione del sindaco dei Comuni con popolazione superiore a 15mila abitanti, stabilendo che sarebbe proclamato eletto «il candidato che ottiene il maggior numero di voti validi, a condizione che abbia conseguito almeno il 40 per cento dei voti validi. Qualora due candidati abbiano entrambi conseguito un risultato pari o superiore al 40 per cento dei voti validi, è proclamato eletto sindaco il candidato che abbia conseguito il maggior numero di voti validi. In caso di parità di voti, è proclamato eletto sindaco il candidato collegato con la lista o con il gruppo di liste per l'elezione del consiglio comunale che ha conseguito la maggiore cifra elettorale complessiva. A parità di cifra elettorale, è proclamato eletto sindaco il candidato più anziano di età».

Nel Ddl Ronzulli nero su bianco le funzioni degli enti

Quello “azzurro” (sottoscritto anche dal leader Silvio Berlusconi) va oltre: prevede anche una delega al governo per determinare le caratteristiche delle Province, un’altra delega per determinare le competenze delle prefetture e il riordino delle funzioni fondamentali degli enti intermedi, dalla gestione integrata degli interventi di difesa del suolo alla costruzione, classificazione, gestione e la manutenzione delle strade e la programmazione, dall’organizzazione e la gestione dei servizi scolastici, compresa l'edilizia scolastica, relativi all'istruzione secondaria di secondo grado alla programmazione e gestione dei servizi per il lavoro.

Valente (Pd): «Non si possono lasciare le Province nel limbo»

Quanto ai tre disegni di legge del Pd, dal gruppo dem è stato spiegato che si tratta di proposte a titolo personale, che «vanno da un'ipotesi di ritorno radicale a prima della legge Derlrio all'ipotesi di trovare un punto di equilibrio dando la possibilità a sindaci e presidenti di nominare una giunta di quattro persone». «Dobbiamo prendere atto che le Province stanno vivendo una condizione anomala sul piano istituzionale e giuridico per l'impossibilità di completare la riforma», spiega al Sole 24 Ore la senatrice dem Valeria Valente. «A questa situazione va data risposta. Non è pensabile lasciare la governance delle Province in una sorta di ’sospensione’, di limbo, tenendo conto che esse continuano ad occuparsi di materie circoscritte ma importanti sul piano dell'amministrazione locale. Questo è lo spirito dell'intervento che, dunque, va fatto nell'interesse dei cittadini, della qualità dei servizi che si devono garantire loro. Assicurando allo stesso tempo a l'ente provincia, una legittimazione democratica forte attraverso l'elezione diretta dei rispettivi organi di governo».

La convergenza di tutte le forze politiche

Al di là dei dettagli, però, è la sostanza che conta: la convergenza di tutte le forze politiche oggi presenti in Parlamento sulla necessità di tornare all’antico. Persino i Cinque Stelle di Giuseppe Conte. «Ci siederemo al tavolo con spirito costruttivo per ripensare le Province, ma non vogliamo che siano un poltronificio», si è limitato a sottolineare l’ex premier. Non a caso la relatrice in Affari costituzionali, la senatrice leghista Daysi Pirovano, ha potuto rilevare che i Ddl non presentano differenze insormontabile. Come a dire: arrivare a un testo condiviso è tutto fuorché una missione impossibile. Ha di che gioire il presidente dell’Upi, Michele de Pascale: «I disegni di legge in commissione dimostrano che finalmente è riconosciuta e condivisa l'urgenza di intervenire per ricostruire una nuova Provincia pienamente operativa e in grado di assicurare ai territori una crescita economica e sociale equa e omogenea». Avanti, indietro.


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