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La sentenza cita Dante e il figlio paga per la Sas gestita dal padre

di Cristiano Dell'Oste


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2' di lettura

Quando scrisse «nel mezzo del cammin di nostra vita», Dante – secondo tutti i commentatori – immaginava di avere 33 anni, cioè di essere un uomo adulto e maturo. Lo ricorda la Commissione tributaria regionale del Piemonte nella sentenza 370/1/2019 (presidente Perelli, relatore Curatolo). Con una dotta digressione che introduce il cuore della motivazione: si presume che un uomo di 34 anni sia in grado di conoscere l’attività di una società di cui detiene una quota di maggioranza.

La vicenda presenta profili singolari. Tutto comincia con alcuni procedimenti amministrativi e penali per evasione fiscale nei confronti di una Sas, posseduta al 30% da un imprenditore (socio accomandatario) e al 70% dal figlio (socio accomandante) 34enne all’epoca dei fatti contestati. L’ufficio, una volta ripresi a tassazione 9,7 milioni di euro alla Sas per l’anno d’imposta 2007, li imputa pro quota ai due soci. Il figlio fa ricorso e si difende sostenendo di non risiedere con il padre e di occuparsi di tutt’altro, contestando la presunzione di attribuzione del reddito societario in base all’articolo 5 del Tuir.

La Commissione tributaria provinciale gli dà ragione, sulla base della «provata non ingerenza del figlio, di giovane età, nell’attività sociale, cosicché gli utili, che sono presunti, non può ritenersi siano stati effettivamente percepiti». Decisione ribaltata dalla Ctr Piemonte, che critica «l’incredibile svista dei giudici I grado».

Per i giudici regionali è irrilevante il fatto che i procedimenti penali siano stati instaurati solo nei confronti del padre. L’accertamento nei confronti della Sas non è stato impugnato da nessuno dei due soci ed è diventato definitivo, e non ci sono elementi per escludere «le basilari regole tributarie» e le disposizioni del Codice civile sulle società di persone (obblighi degli amministratori, controllo dei soci, ripartizioni degli utili e delle perdite). Altrimenti, si legge nella pronuncia, diventa «troppo comodo» dire di «occuparsi di tutt’altre cose per tirarsi fuori dalle responsabilità civilistiche che la partecipazione a una società commerciale comporta».

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