le Intercettazioni

La sete d’affari della ‘ndrangheta su Roma e Milano

di Roberto Galullo

(Fotogramma)

4' di lettura

La Calabria, dicono investigatori e inquirenti, l'avevano già conquistata e allora le radici dovevano essere ancora più forti a Milano e a Roma, laddove conta esserci.

La doppia operazione congiunta della scorsa settimana tra le procure di Reggio Calabria e Catanzaro, che ha sgominato un cartello di imprese calabresi e all'occorrenza del nord, spesso riunite in associazione temporanea che si presentavano alle gare con offerte in bianco, racconta molto più di una bulimia locale sui lavori pubblici. Svela infatti, ancora una volta, che gli appetiti vengono sfamati – e non certo da oggi – nella Capitale e a Milano, a maggior ragione con l'occasione fornita da Expo 2015.

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Tutti a Milano
L'operazione, proprio in Lombardia, potrà avere sviluppi. In un'intercettazione della Dda di Catanzaro di maggio 2016 tra due soggetti, uno afferma: «…devo parlarti di alcune gare di Milano perché oggi pomeriggio c'ho l'appuntamento con l'ingegnere…omissis…e mi dice quale vuole fare e poi… devo parlare con te…». Su omissis e sospensioni indagheranno gli investigatori, come del resto sul capitolo – per ora rimasto nel limbo – che si riferisce proprio alla preparazione infrastrutturale dell'Esposizione mondiale.
In un lunghissimo elenco di gare di interesse del cartello – in parte scandagliate, in parte ancora da esaminare – compare infatti anche un riferimento via mail sull'accordo quadro con un unico operatore economico, che ha per oggetto l'esecuzione di opere di fondazione relative a manufatti da realizzare sul sito per Expo 2015.

La mail compare nel lungo elenco del paragrafo “Le comunicazioni telematiche attraverso gli account di posta elettronica – Il sistema delle bozze”. L'analisi degli account di posta elettronica dai quali emergono gare d'appalto potenzialmente turbate non sarà però facile perché, come sottolineano i pm (Federico Cafiero De Raho, Gaetano Calogero Paci, Matteo Centini e Giulia Pantano, Nicola Gratteri, Giuseppe Bombardieri, Vincenzo Luberto, Camillo Falvo e Alessandro Prontera) appare chiaro che gli indagati facevano ricorso ad uno strumento di comunicazione «volto ad evitare di essere intercettati, a significare l'oggetto illecito dei loro scambi (peraltro poi accertato), mentre dall'altro lato ha lo scopo di mostrare la “potenza di fuoco” del sodalizio criminale, «atteso che dalle comunicazione emerge l'enorme numero delle gare a cui hanno partecipato, la sistematicità della loro azione e l'ecletticità degli interessi illeciti coltivati».

La «bozza»
Le indagini hanno consentito di appurare un uso abituale di strumenti informatici, utilizzando – al fine di eludere le attività di intercettazione – la cosiddetta “bozza”, con scambio di atti, documenti e informazioni a mezzo indirizzi di posta elettronica appositamente creati.
Lo scambio, in particolare, avveniva attraverso la condivisione delle credenziali di accesso (user e password) di una determinata casella di posta elettronica, così da poter selezionare la cartella “bozze” e visionare i documenti in essa contenuti. Tale cartella fungeva pertanto da “bacheca elettronica” comune, alla quale accedere giornalmente o su segnalazione, senza creare traffico telematico intercettabile, sebbene, in realtà vi sia, anche in considerazione di accessi eseguiti in luoghi distanti tra loro, un vero e proprio scambio (flusso) di comunicazioni relativo a sistemi informatici o intercorrente tra più sistemi.
La prefettura e l'Antimafia

L'esperienza di Expo è stata al centro anche della visita della Commissione parlamentare antimafia a Milano giovedì e venerdì della scorsa settimana. La prefettura, in una nota consegnata ai parlamentari, scrive che l'esposizione mondiale ha dimostrato che «il fenomeno delle infiltrazioni mafiose si coniuga quasi sempre con illeciti di natura corruttiva. Meriterebbe quindi una riflessione la possibilità di aprire il sistema preventivo attualmente applicato per le infiltrazioni mafiose al fenomeno della corruzione anche laddove vi sia una connessione con le organizzazioni criminali».
Al di là di inchieste e indagini la prefettura ha messo sul tavolo della Commissione antimafia le 106 interdittive antimafia adottate e il fatto che oltre 219 milioni di appalti pubblici non sono finiti nelle casse di società legate alle mafie.

Tutti a Roma
Non solo Milano ma – ovviamente – anche Roma era una meta ambita della presunta associazione. Il cartello – attraverso alcune imprese di peso – era già presente da tempo nella Capitale ma ciò che cercava, secondo l'accusa, era lavorare come in Calabria, vale a dire dominare con le stesse metodologie operative.

In un'intercettazione si sentono queste frasi: «Si lavora in ottimo modo là» e «la Calabria è vicina a Roma …anzi attaccata…». E se un imprenditore (indagato) chiedeva quale fosse la differenza sostanziale, giacché il risultato finale era lo stesso («me la spieghi la differenza tra là e qua… è la stessa identica cosa … E vale puru u stessu i ccà?») l'uomo della cosca spiegava che l'unica differenza era nelle modalità, apparentemente più formali e distaccate: «... facciamo cose belle là… mettiamo la camicetta», «sono più diplomatici»” e «là vogliono tutto prima».

Contrariamente a quanto accade in Calabria – chiosano i pm – dove bisogna mettere in conto che, nel momento in cui ci si “siede” (quando cioè si prende l'appalto), si devono effettuare le dazioni di denaro, e soprattutto bisogna farlo sin da subito, in modo da non avere ritardi successivamente, nei pagamenti dello stato di avanzamento dei lavori.
r.galullo@ilsole24ore.com

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