Opinioni

La sfida americana per una democrazia equa

di Adriana Castagnoli

(© Sylvain Grandadam)

4' di lettura

L’America, nei momenti più cruciali della sua storia, ha manifestato mirabili ideali, ma altrettanta brutale ipocrisia. E ciò, innanzitutto, quando si è trattato di riconoscere dignità di vita ed economica ai suoi cittadini. Da tempo l’economia statunitense subisce gli effetti dei profondi sconvolgimenti nelle tecniche di produzione, come l’automazione, e, in misura minore, quelli della globalizzazione. Le inevitabili ricadute di questi processi si sono abbattute, in particolare, sui lavoratori meno scolarizzati, i più vulnerabili, e sono state enormemente aggravate dalla inadeguatezza delle reti di protezione sociale e da un sistema sanitario enormemente dispendioso che ha imposto l’onere maggiore dei suoi costi sui lavoratori meno professionalizzati e sugli occupati in posti di lavoro precari.

Come ha affermato il filosofo John Rawls, una regola scelta in modo equo dovrebbe riflettere le opinioni del cittadino medio ma se una democrazia non funziona le regole potrebbero, al contrario, promuovere il grado di ricchezza di un numero limitato di individui al vertice. Pertanto la sfida americana non riguarda soltanto la tecnologia e l’economia, ma è una sfida per la democrazia, perché occorre ripristinare dei contrappesi all’accumulo di ricchezza e di potere nelle mani di pochissimi. Non c’è una risposta univoca per trovare un giusto riequilibrio. C’è chi suggerisce un reddito minimo di base assicurato a tutti i cittadini, come a suo tempo l’economista austriaco Friedrich A. von Hayek, e come sostengono adesso alcuni esponenti delle Big Tech. Ma anche chi propone, come il Nobel Michael Spence, di rafforzare il senso e la finalità che derivano alle esistenze degli individui dalla dignità del lavoro.

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Secondo Gene Sperling, direttore del National Economic Council con i presidenti Clinton e Obama, le persone devono poter avere capacità economica sufficiente per prendersi cura della propria famiglia (definita nel senso più ampio e liberale), senza essere private della gioia e del tempo di stare con i propri cari dalla fatica quotidiana; avere una seconda chance nella loro vita economica; essere in grado di partecipare al lavoro nel rispetto di sé, senza abusi e umiliazioni.

L’economista Anne Case e il Nobel Angus Deaton hanno rilevato, nel loro noto studio, che la mortalità fra uomini e donne bianchi non ispanici, di mezza età, senza una laurea, è aumentata vertiginosamente. Dalla fine degli anni 90 e, in particolare, dopo la crisi del 2008, i bianchi con un basso livello di scolarità sono il gruppo demografico che ha registrato più mancanza di speranza e di ottimismo, nonché una bassa soddisfazione nella vita anche quando, comparati con altri gruppi, le loro condizioni sono oggettivamente migliori. La mancanza di speranza per il futuro spicca come il più importante segno di vulnerabilità per le morti di disperazione (suicidi, alcolici, droghe, oppioidi, denutrizione).

A livello politico, Trump ha fatto della dignità economica un elemento divisivo con un esplicito appello a una percepita rivendicazione di superiorità di status di alcuni rispetto ad altri, normalmente gruppi razziali o minorità religiose. Negli Stati Uniti c’è una lunga e atroce tradizione di élite e di politici che hanno tessuto di aspetti razziali ed etnici la disperazione e la delusione economica per compensare con il “riconoscimento” identitario e comunitario i lavoratori bianchi dei ceti bassi.

Nel 2016 Trump era nel giusto quando affermava che c’erano più di sei milioni di disoccupati negli Usa. Ma il tasso di disoccupazione è una misura che sottostima il numero di persone che cerca lavori meglio pagati o più adatti alla propria specializzazione e, dunque, i delusi. Come ha ricostruito David G. Blanchflower, nel 2017 il tasso di occupazione americano era inferiore a quello precedente la Grande crisi. In Stati come Michigan e Ohio, cruciali per la vittoria di Trump, era rispettivamente del 58,6% vs. il 66,2% del 2000, e del 59,8 vs. il 64,4 per cento. I salari reali dei lavoratori nel 2018 erano ancora del 10% sotto quelli dei loro genitori nel 1973.

Le storie di questi loser sono al centro anche di “Rinascita americana. La nazione di Donald Trump e la sfida di Joe Biden” della giornalista Giovanna Pancheri. L’autrice ha realizzato il suo libro “sul campo” raccogliendo tante voci diverse e, innanzitutto, le storie della gente comune che ha votato per Trump, in una ricognizione puntuale ricca di dettagli e di aneddoti.

Il capitalismo americano, secondo Case e Deaton, non è al servizio della maggior parte degli americani. I meno scolarizzati (due terzi della popolazione) muoiono più giovani lottando fisicamente, economicamente e socialmente. Secondo il «Wall Street Journal», invece, l’unica crisi urgente è quella pandemica. “La retorica della crisi” (Covid, economia, clima e giustizia sociale) è un topos narrativo delle forze progressiste per indurre il pubblico ad accettar cambiamenti radicali. Perciò il Wsj valuta che l’agenda economica di Biden (più spesa, regolazione e tasse) sia una minaccia per l’America, così riflettendo la profonda divisione dell’elettorato americano. Ma rimane elusa la questione se il modello di capitalismo statunitense stia beneficiando, con dignità economica, la maggioranza degli americani.

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