analisiCultura e Societa

La sfida che ha davanti l’Islam

di Bruno Forte

(EPA)

5' di lettura

La tentazione di ricorrere a “grandi racconti” (“mégarécits”) per interpretare la vicenda umana e prevederne gli sviluppi non è cessata con la fine dei sistemi ideologici: è come se l’urgenza di definire il diverso e di ricondurlo a sé resti sempre viva, come sempre vivo è il bisogno di rassicurazione che tutti abbiamo di fronte all’incognita del domani. Una sorta di “grande racconto” è stato, ad esempio, quello proposto dal libro di S.P. Huntington (Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale , Garzanti, 1997 ), che individua la sfida dell’immediato futuro per l’intero “villaggio globale” in una nuova forma di conflitto.

Dopo le guerre fra le nazioni tipiche del XIX secolo e le guerre fra le ideologie proprie del XX secolo, il XXI secolo si starebbe profilando come quello del conflitto delle civiltà, identificate con i grandi mondi religiosi. Al centro di questo scenario si pongono in particolare il Cristianesimo e l’Islam, non solo per il loro rispettivo rapporto alla cultura dell’Occidente e a quella dei Paesi arabi, ma anche per la minaccia costituita dall’alleanza fra svariate forze antioccidentali ed espressioni religiose, che pretendono di fondarsi sulla fede coranica. Il viaggio di Papa Francesco in Egitto, che segue di poco la terribile strage di cristiani copti ad opera di fanatici islamisti, riaccende perciò con forza la domanda su quale dialogo sia veramente possibile fra cristianesimo e mondo islamico.

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Un’affermazione del domenicano arabo Georges Anawati, teologo e storico di riconosciuta competenza, può aiutare a porre nel modo giusto la questione: «Non si deve dimenticare la forte spinta verso il bene che l’Islam rappresenta per la grande maggioranza dei suoi seguaci… Milioni di musulmani nell’umile sottomissione alla volontà divina, nella fedele osservanza delle prescrizioni della legge, nel quotidiano esercizio della virtù della pazienza, del mutuo soccorso, dell’accettazione della sofferenza, trovano una forza morale che permette loro di realizzare qui sulla terra la loro vocazione di uomini religiosi» (Islam e Cristianesimo, Vita e Pensiero, Milano 1994, 15). Ciò da cui occorre partire per il configurarsi di un atteggiamento corretto verso l’Islam è dunque anzitutto una valutazione obiettiva del bene che a livello soprattutto popolare la fede nel Dio unico insegnata da Maometto riesce ad operare e della vicinanza che questo stabilisce fra tutti i credenti. Come aveva osservato Benedetto XVI nella sua visita in Turchia il 28 novembre 2006, «cristiani e musulmani appartengono alla famiglia di quanti credono nell’unico Dio e, secondo le rispettive tradizioni, fanno riferimento ad Abramo. Quest’unità umana e spirituale nelle nostre origini e nei nostri destini ci sospinge a cercare un comune itinerario… Siamo chiamati ad operare insieme, così da aiutare la società ad aprirsi al trascendente, riconoscendo a Dio Onnipotente il posto che Gli spetta».

Quest’approccio, caro certamente anche a Papa Francesco, non nasconde naturalmente le differenze che esistono fra Cristianesimo e Islam, né tanto meno le difficoltà che il vivere in un contesto islamico può comportare per i cristiani o per i musulmani il venire a far parte di un ambiente segnato dal Cristianesimo. Lo stesso Anawati osservava: «Là dove l’islam è religione di Stato, le minoranze, oggetto di pressione sociale, vengono erose in modo costante e ineluttabile» (13). Questo dato di fatto è inseparabile da una fondamentale differenza fra le due fedi: sebbene entrambe siano fortemente motivate alla missione verso l’altro, nell’esercizio di questo compito l’Islam non esclude per principio l’uso della violenza e dell’imposizione forzata, il Cristianesimo purtroppo molte volte non l’ha escluso di fatto, anche se per esso non ha mai potuto rifarsi alla prassi e all’insegnamento di Gesù. Con affermazioni nette Pascal affermava: «Se Maometto scelse la via del successo umano, Gesù Cristo scelse quella di perire umanamente. Maometto uccide; Gesù Cristo si fa uccidere…» (Pensées, ed. Brunschvicg 601). Queste parole trovano un fondamento nello stesso testo sacro dell’Islam: se da una parte la formula premessa a tutte le Sure (capitoli) del Corano (eccetto la nona) è «nel nome di Dio, clemente e misericordioso», dall’altra la misericordia verso gli altri, di fede differente, appare in alcuni passaggi affermata, in altri contraddetta. Così, ad esempio, in una stessa Sura - la seconda - da una parte si dice che «quelli che credono (siano essi ebrei o cristiani o sabei) avranno tutti la loro mercede presso il loro Signore, non avranno nulla da temere né li coglierà la tristezza» (2,62), dall’altra a proposito degli infedeli si afferma: «Combattete per la causa di Dio quelli che vi combattono, ma non aggredite per primi: Dio non ama gli aggressori» (2,190), per poi aggiungere: «Uccideteli dovunque li troviate e scacciateli da dove hanno scacciato voi» (2,191). In altri passi si arriva a prescrivere: «Uccidete gli idolatri ovunque li troviate. Prendeteli, assediateli e tendete loro ogni sorta d’insidie» (9,5), lasciando all’infedele la sola possibilità di sopravvivenza nella conversione all’Islam: «Se invece si convertono, fanno la preghiera e pagano la decima, lasciateli in pace, perché Dio è indulgente e misericordioso» (ib.).

Certamente, nella storia l’Islam ha trovato vari “modus vivendi” per la sua coesistenza col Cristianesimo e l’Ebraismo, religioni del Libro, tollerate per la comune derivazione dal padre dei credenti, Abramo, realizzando a volte anche felicissimi incontri di culture e di civiltà: ma la formula di tolleranza - lì dove è stata applicata - passa attraverso un diritto da acquisire, una tassa da pagare: «Combattete quelli che non credono finché non paghino umilmente il tributo, a uno a uno» (Sura 9, 29: è la “capitazione” o jizya). Chi in Europa potrebbe accettare la legittimità di un simile principio? Non sono forse la libertà di coscienza e la libertà religiosa diritti inalienabili di ogni persona? Certo, non sempre è stato così: ma quanto la coscienza occidentale ha maturato su questo punto e il Cristianesimo ha esplicitamente riconosciuto (si pensi alla Dichiarazione del Concilio Vaticano II sulla libertà religiosa Nostra Aetate) va considerato un punto di non ritorno, cui la cultura ispirata dall’Islam non sembra ancora giunta con altrettanta chiarezza e universalità. Se a questo poi si aggiungono gli esempi - non pochi e presenti fino all’attualità più immediata - di una vera e propria lotta al diverso, della limitazione dei diritti e delle libertà di vasti gruppi sociali, a cominciare dall’universo femminile, si comprende che le preoccupazioni per l’incontro di civiltà sono degne della massima considerazione. La sfida è rivolta anzitutto ai musulmani praticanti, perché ciò che chiedono per se stessi in Europa sia garantito per tutti nei loro paesi di provenienza. A tal fine occorre che sia esercitata tanto sul piano del diritto come sul piano della mentalità un’azione decisa, volta a far maturare anche nelle culture segnate dall’Islam il principio della libertà religiosa. In questo caso la reciprocità è garanzia per tutti. La visita di Papa Francesco in Egitto, basata sulla verità ed ispirata dal sincero desiderio di conoscenza reciproca e di reciproco rispetto, potrà contribuire in maniera significativa a trovare insieme strade di pace per il bene dell’intera umanità: con quali indicazioni per il futuro e con quali frutti, sarà il tempo a mostrarlo.

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