Interventi

La sfida cinese alla leadership Usa passa dagli investimenti in ricerca

di Rony Hamaui e Marco Lossani

4' di lettura

Prima una lotta senza quartiere al virus, poi il sostegno al sistema economico per favorirne la ripresa e infine la definizione di un piano di lungo periodo che tenga conto dell’evoluzione dello scenario internazionale. Questa la strategia messa in atto dal governo cinese, che entro il 2030 dovrebbe consentire all’economia del Celeste impero di superare quella americana in termini di Pil, diventando la prima potenza economica del pianeta.

La sfida contro il Covid-19 è stata vinta con una guerra lampo durata poco più di due mesi e costata 4.500 morti e circa 85mila contagi. Nulla a confronto con quanto vissuto in Europa e Stati Uniti. Certo, sono state usate misure straordinarie da molti ritenute difficilmente implementabili in una democrazia occidentale. Tuttavia, è anche vero che numerosi Paesi democratici dell’Estremo oriente – quali Taiwan, Corea del Sud, Giappone – hanno conseguito risultati simili grazie all’esperienza delle precedenti epidemie, la determinazione dei loro governi e un forte senso civico.

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Sul fronte economico il risultato rischia di essere ancora più clamoroso. Grazie a vigorose politiche monetarie e creditizie che hanno sostenuto consumi e investimenti, ma soprattutto un ritrovato, ancorché inatteso, vigore delle esportazioni verso i Paesi occidentali in lockdown, l’economia cinese ha conosciuto una flessione solo nel primo trimestre, subito recuperata nei mesi successivi. Così a fine anno la Cina sarà uno dei pochi Paesi al mondo a chiudere con un Pil in crescita di quasi il 2%, per arrivare a registrare nel corso del 2021 – secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale – uno sviluppo superiore all’8%, trainato dai consumi (anziché da investimenti ed esportazioni). Una situazione molto diversa da quella prevalente nei Paesi occidentali dove, sulla base di stime che ancora non incorporano pienamente gli effetti della seconda ondata della pandemia, gli analisti si aspettano una caduta del Pil del 4,6% negli Stati Uniti, del 8,3% nell’area dell’euro e vicino al 10% in Italia e Regno Unito.

Così la lunga cavalcata dell’economia cinese alla rincorsa del primato mondiale, iniziata alla fine dello scorso secolo, potrà continuare tranquillamente e porterà il Pil nominale cinese a superare quello degli Stati Uniti prima nel 2030.

Va detto che rimane un diffuso scetticismo circa la veridicità dei dati cinesi, che secondo alcuni sarebbero stati manipolati a fini politici. Ma un recente lavoro della Fed di San Francisco, utilizzando una serie di indicatori tra cui i dati di commercio internazionale rilevati da Paesi con statistiche attendibili, dimostra a questo proposito come col tempo la qualità delle statistiche cinesi sia migliorata.

Per certi versi ancora più interessante è la strategia per la crescita disegnata dal quinto Plenum del Partito comunista cinese, che ha approvato il nuovo piano quinquennale (2021-2025). Per la prima volta non viene fissato un obiettivo annuale di crescita, ma si afferma semplicemente che l’economia cinese dovrà raddoppiare la sua dimensione nel prossimo decennio. Tuttavia, l’elemento davvero nuovo – anche se ancora abbastanza vago – è quello di incentrare la futura strategia di crescita sulla dual-circulation, intesa come la capacità di dipendere meno dall’estero, attraverso il progressivo sviluppo di una vera e propria supply chain domestica. Non si tratta quindi semplicemente di abbandonare uno sviluppo trainato dalle esportazioni o dagli investimenti per favorire un processo di rebalancing trainato dai consumi interni, quanto piuttosto di rafforzare e rendere meno dipendente dall’estero la supply chain cinese soprattutto per quanto riguarda i settori tecnologici.

La pandemia e specialmente il crescente protezionismo americano hanno convinto i dirigenti cinesi che lo sviluppo delle nuove tecnologie, dell’intelligenza artificiale, delle energie rinnovabili o del 5G non debbano dipendere dai chip o dai semiconduttori prodotti all’estero. La creazione di catene di approvvigionamento completamente interne, unita allo sviluppo domestico di tecnologie avanzate risponde – come sottolineato dallo stesso presidente cinese Xi Jinping – anche e soprattutto a una questione di sicurezza nazionale.

Questo non vuol dire affatto che il Paese abbandoni la sua fede nella globalizzazione. Ancora per diverso tempo la Cina dovrà necessariamente contare su flussi di investimenti dall’estero che veicolino tecnologia al suo interno. Peraltro, l’accordo commerciale sottoscritto a metà novembre con 10 Paesi membri dell’Asean, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda – Regional comprehensive economic partnership (Rcep), volto a costituire un’area di libero scambio all’interno della regione del Pacifico – e quello raggiunto a fine dicembre con l’Unione europea – Comprehensive Agreement on Investment (Cai), che apre il mercato cinese agli investimenti delle imprese dei Paesi membri dell’Ue – stanno a dimostrare come la Cina sia ancora fortemente interessata a sviluppare flussi di export e investimenti dall’estero.

Ora però si tratta di realizzare un vero e proprio cambio di passo. L’obiettivo nel medio termine è di arrivare ad assumere una condizione di leadership tecnologica. Di qua lo sforzo posto anche sulla formazione e la ricerca scientifica la cui spesa dovrà superare il 3% del Pil nel prossimo quinquennio. Solo così la Cina potrà riconquistare la sua posizione di leadership mondiale, abbandonata “solo” negli ultimi secoli, ma ora di nuovo alla sua portata, prima che l’emergenza demografica o politica possano prendere il sopravvento.

Rony Hamaui, docente di Economia Monetaria,
Marco Lossani docente di Economia dei Mercati Emergenti,
Università Cattolica del Sacro Cuore

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