Opinioni

La sfida dell’Italia in un mondo decarbonizzato

di Enrico Mariutti

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Turisti in Costarica: il governo ha lanciato un piano perché i turisti contribuiscano a compensare le emissioni rilasciate per raggiungere il Paese

3' di lettura

Se tutti i Paesi che hanno annunciato piani per ridurre le emissioni di anidride carbonica manterranno le loro promesse, tra 20 anni l’umanità emetterà esattamente la stessa quantità di CO2 di oggi (IEA, World Energy Outlook 2020).

Mentre un pugno di Paesi sarà vicino all’azzeramento delle emissioni concordato a livello globale per il 2050, altri avranno appena iniziato i loro percorsi di decarbonizzazione e altri ancora avranno aumentato le loro emissioni, compensando i tagli dei più virtuosi.

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Lo scenario, già di per sé sconsolante, potrebbe essere fin troppo ottimistico poiché dà per scontato che gli Stati mantengano le promesse. E dal primo accordo sul clima, non l’hanno mai fatto.

È realistico immaginare che, d’ora in poi, i governi riusciranno a mantenere la barra dritta, convincendo i cittadini a consumare sempre meno carne, a pagare bollette via via più salate, a rinunciare a tanti piccoli vizi e sfizi? È realistico pensare che nessun leader sfrutterà cinicamente il malcontento popolare per sconfessare gli accordi sottoscritti dal predecessore?

Se vogliamo impostare una strategia di lotta al cambiamento climatico politicamente e socialmente sostenibile, siamo chiamati a ribaltare il punto di vista che ci ha guidati sinora: dobbiamo adattare la politica ambientale alle caratteristiche delle rispettive comunità e alle speranze delle persone, non possiamo illuderci di riuscire a fare il contrario. L’unica strada, per gestire una transizione di respiro globale e con un orizzonte secolare, è trasformare la lotta al cambiamento climatico in un’occasione di sviluppo e progresso piuttosto che un percorso di penitenza ed espiazione.

Non esiste una ricetta miracolosa. Abbiamo bisogno di visioni che ci permettano di capire come inserire la decarbonizzazione nella nostra traiettoria di sviluppo, di suggestioni che ci lascino intravedere come trasformare la lotta al cambiamento climatico in un alleato del progresso.

Le opzioni, in realtà, sono numerose e lo diventeranno sempre di più nei prossimi anni grazie all’avanzamento tecnologico e al crescente flusso di investimenti che convergono in questa direzione. Ciascun Paese deve trovare la sua via alla decarbonizzazione, il mix di soluzioni che garantisca un bilancio ottimale tra investimento politico e ritorno socioeconomico.

L’Italia, per esempio, può vantare il settore agricolo più dinamico e produttivo del pianeta, ospita più di 11 milioni di ettari di foreste, dispone di 150.000 chilometri quadrati di acque territoriali, ha una delle intensità carboniche più basse tra le grandi economie mondiali, può contare su uno dei tessuti produttivi più diversificati al mondo. E poi, comunque, si tratta sempre del Belpaese, la patria della dolce vita, un miraggio per centinaia di milioni di persone e un simbolo per chiunque ha una cultura. Parliamo di asset così potenti da trasformare la lotta al cambiamento climatico nel terreno di coltura ideale per un nuovo Rinascimento.

Ricordiamo, infatti, che un ettaro di olivi cattura 20 tonnellate di anidride carbonica l’anno e un ettaro di vigna 15. O che il Bosco Verticale assorbe ogni anno le emissioni equivalenti di una decina di autovetture.

In poche parole, quelle stesse caratteristiche che già oggi ci attirano l’invidia di mezzo mondo - la ricchezza dei nostri territori e la bellezza delle nostre città - hanno tutte le carte in regola per diventare i pilastri di una politica ambientale dal simbolismo dirompente.

I “dolci clivi” e gli “ermi colli” potrebbero diventare uno strumento efficace e suggestivo per rispondere alla più grande minaccia che grava sul futuro dell’umanità, creando un cortocircuito dal fascino magnetico tra passato, presente e futuro che garantirebbe all’Italia un ulteriore ampliamento della rendita di posizione di cui gode da duemila anni.

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