Idee preziose

La sfida di Pierre Hardy: trasformare pelle, oro e pietre in sentimenti

Prima il footwear e poi, dal 2001, anche l'alta gioielleria di Hermès. Uno dei più eclettici direttori creativi si racconta

di Fabrizia Villa

Collier Contre la peau in oro rosa con diamanti taglio brillante(45.3 ct). Collezione di alta gioielleria Lignes Sensibles, HERMES.

4' di lettura

«Creare è una questione di sfide, significa mettersi in gioco, sperimentare. Per un designer l'emozione sta nel rispondere a una domanda che non ci si era mai posti in precedenza. Ciò che è davvero interessante è il modo in cui si risolve il problema, un po' come per la matematica». Così, già pronto a raccogliere nuove sfide, risponde da Parigi Pierre Hardy, direttore creativo del footwear e, dal 2001, anche dell'alta gioielleria di Hermès, oltre che del brand di calzature che porta il suo nome. Il processo creativo di Hardy non ha un vero e proprio punto di partenza. Come per i fiumi, spiega, ci sono più affluenti che a un certo punto si uniscono per creare qualcosa. «Quando immagino un prodotto Hermès c'è innanzitutto l'universo della maison che è molto importante ed è un'ispirazione cosciente, ma anche latente. È come se per capillarità, per arborescenza, idee e influenze si concretizzassero in un unico pensiero, in una forma. Poi ci sono cose che amo profondamente e influenzano ciò che ho voglia di disegnare, per me o per altri. Per Hermès ha importanza anche il tema dell'anno ed è quindi necessario che gli oggetti creati facciano parte di quella determinata narrazione».

Sandalo in raso di seta con tacco in metallo a motivo a Chaîne d'Ancre (1.700 €), HERMÈS.

Come è capitato 25 anni fa con il sandalo Oran, la ciabattina piatta con la fascia intagliata ad H diventata un bestseller del brand di Faubourg-SaintHonoré, che fino ad allora non aveva riconoscibilità nel mondo delle calzature. «L'avevo disegnata perché era semplice e naturale e pensavo sarebbe stata perfetta per una collezione estiva dedicata all'Africa. Avrebbe dovuto durare una stagione ed è diventata un classico». Giocare con i codici della maison è un sottile piacere per Hardy. Nel suo lavoro cerca spesso di portarli nell'oggi, di raccontare la storia di Hermès in modo moderno e personale. Lo si è visto di recente con i sabot di legno con la fibbia dell'iconica Kelly come decoro o con la pump con il tacco Chaîne d'Ancre, audace sintesi dei mondi tra cui oggi il designer si muove. «Non sento la necessità di rompere il filo con la tradizione, piuttosto sento il bisogno di prolungarlo. A forza di utilizzare lo stesso filo il rischio è di perdere d'interesse. Quello che cerco di fare con le collezioni è proporre una continuità, ma anche prodotti diversi che un giorno potrebbero diventare dei classici, esattamente come è accaduto con Oran. Per far questo bisogna captare l'idea della necessità del momento, che possiamo chiamare moda o desiderio e in un certo momento determina la voglia di qualcosa rendendola attuale, come per il tacco Chaîne d'Ancre, che solo cinque anni fa non lo sarebbe stato. Il nostro compito di creativi è coltivare la sorpresa per creare oggetti che non siano semplici cliché».

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Scarpe, gioielli e, più di recente, la collezione dedicata alla bellezza delle labbra Rouge Hermès: Hardy viaggia tra mondi apparentemente lontani che dialogano grazie alla sua direzione creativa. «Penso che ogni artista alla fine sia capace di creare ciò che sa fare. Picasso ha dipinto in mille modi diversi, ma i suoi non erano dei Rubens o dei Vasarely, erano dei Picasso, personali e soggettivi. Io lavoro molto disegnando, posso controllare le influenze, le ispirazioni, le citazioni, non ciò che faccio a mano spontaneamente perché è come se fosse un mio prolungamento».

La soggettività e il ritorno a una certa intimità hanno guidato la mano di Hardy nella nuova collezione di alta gioielleria Lignes Sensibles: 45 pezzi che indagano la relazione tra la donna e il gioiello che indossa, come una carezza raccontata con un'opulenza discreta. «Far emergere qualcosa che è in ciascuno di noi penso ci permetta di inventare forme eccezionali che non sono immediatamente ricollegabili a ciò che conosciamo; è come un'intima convinzione, un credo, un sentimento», spiega Hardy. Il percorso che ha creato va da oggetti decisamente concreti a gioielli quasi immateriali e ha come poli estremi la manchette Faire Corps e il sautoir Réseau lumière, «un brivido impercettibile del corpo, quasi l'espressione di un sentimento».

Anello A l'Écoute in oro rosa con prenite verde cabochon(33.5 ct) e diamanti. Collezione di alta gioielleria Lignes Sensibles, HERMES.

Nei pezzi si alternano geometria e linee fluide, quasi liquide. «La geometria non è affatto un concetto astratto», osserva il designer, «noi stessi siamo simmetrici, il nostro corpo risponde a regole geometriche che sono quasi le stesse per tutti, come ci ha insegnato Leonardo, ma all'interno di queste regole ci sono mille variazioni che sfuggono. Su questo gioca Lignes Sensibles: siamo fatti di muscoli, ossa, carne, ma anche di sentimenti, lacrime e risate e la mia ambizione è raccontare una storia attorno al corpo e alle sue sfumature». Se ci è riuscito è anche grazie a una formazione estremamente eterogenea passata attraverso lo studio delle arti plastiche e della danza.

Colore e movimento sono stati fondamentali per dar vita a quelle sfumature nei gioielli della collezione. «Questa è una storia molto intima e volevo che i colori raccontassero quelli dell'incarnato, degli occhi, con nuance vicine al mondo naturale, quindi ho scelto una gamma di colori con mezze tinte, pietre cangianti tra il blu e il verde, il grigio e il marrone, il rosa e il beige. Ho cercato pietre con inclusioni, venature, a volte lattiginose, per trovare il movimento nel colore ed esprimere una sorta d'incertezza che permettesse alle pietre e ai metalli stessi di fondersi con la pelle». È uno «sguardo informato sul corpo» che fa scorrere i gioielli seguendone la linea da vicino. Una prossimità all'anatomia che solo chi è stato ballerino o ha studiato nudo all'Accademia avrebbe potuto raggiungere.

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