La Ue verso nuovi provvedimenti

La sfida della Polonia al diritto comunitario destabilizza l’Unione

L’establishment europeo sta valutando con preoccupazione la sentenza con la quale la Corte costituzionale polacca ha messo in dubbio la preminenza del diritto comunitario rispetto alla legislazione nazionale

di Beda Romano

Ira di Bruxelles sulla Polonia, in Italia maggioranza divisa

3' di lettura

È con preoccupazione che l’establishment europeo sta valutando la recente sentenza con la quale la Corte costituzionale polacca ha messo in dubbio la preminenza del diritto comunitario rispetto alla legislazione nazionale. Dietro alle prese di posizione bruxellesi si nasconde il timore di assistere al tentativo più o meno surrettizio di disfare l’intelaiatura giuridica su cui poggia la stessa Unione europea.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, si è detta «profondamente preoccupata» dalla sentenza. «I nostri Trattati sono molto chiari. Tutte le sentenze della Corte europea di Giustizia sono vincolanti per tutte le autorità degli Stati membri, compresi i tribunali nazionali. Il diritto dell’Unione ha il primato sul diritto nazionale, incluse le disposizioni costituzionali. Useremo tutti i poteri che abbiamo in base ai Trattati per garantire questo principio».

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Interpellata dal proprio Governo, la Corte costituzionale polacca ha preso posizione
giovedì affermando che due articoli dei Trattati sono «incompatibili» con la costituzione
nazionale. La decisione della magistratura, che entrerà in vigore solo una volta pubblicata, ha suscitato vive reazioni. Molti osservatori ritengono che la sentenza sia un primo passo verso l’uscita del Paese dall’Unione. Il premier nazionalista Mateusz Morawiecki ha assicurato che «la Polonia intende rimanere nella famiglia europea delle nazioni».

Non è la prima volta che alcune magistrature nazionali mettono in dubbio il primato del diritto comunitario. Nel 2020 la Corte costituzionale tedesca criticò gli acquisti di debito da parte della Banca centrale europea allorché questi avevano ricevuto il benestare della Corte europea di Giustizia. Dubbi più o meno seri sono stati espressi negli anni anche dalla magistratura in Danimarca, nella Repubblica Ceca, in Ungheria, in Francia e in Romania (ancora recentemente sul fronte giudiziario).

A Bruxelles è forte il timore di uno sfilacciamento dell’ossatura giuridica su cui poggia l’Unione europea, tanto più che il caso polacco è eclatante rispetto per esempio a quello tedesco. Non solo la sentenza ha carattere generale, ossia non riguarda una vicenda specifica, ma è stata anche richiesta direttamente dal governo locale. Secondo le informazioni raccolte negli ambienti comunitari, tre sono le strade che Bruxelles sta valutando in questo frangente.

La prima è una nuova procedura di infrazione contro la Polonia; sarebbe ormai l’ennesima.

La seconda prevede il rilancio dell’iter ex articolo 7 di difesa dello stato di diritto. La procedura è già avviata, ma si è arenata in Consiglio.

La terza ipotesi è di utilizzare la leva finanziaria, bloccando i fondi comunitari pur di far rientrare la Polonia nei ranghi. Su questo fronte, già ora Bruxelles ha sospeso il benestare al piano di rilancio economico presentato da Varsavia.

«Stiamo già usando tutti gli strumenti a nostra disposizione – notava un funzionario comunitario –. Supponiamo che la Corte europea di Giustizia decida a un certo punto di imporre sanzioni a Varsavia e che questa non paghi. Cosa potremmo fare in quel frangente? Il rischio è che ci stiamo avvicinando a un pericoloso vuoto giuridico».

Secondo Franklin Dehousse, professore di diritto a Liegi ed ex magistrato della Corte europea di Giustizia, «questa situazione precaria va fatta risalire al 2004, quando i Trattati non sono stati sufficientemente adattati all’allargamento, e si è mantenuta la regola dell’unanimità dei Paesi, in particolare nella gestione dell’iter ex articolo 7 relativo alle violazioni dello stato di diritto».

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