Atlante delle mozioni

La sfiducia singola, i regolamenti e i giochi politici

di Paolo Armaroli

(DragonImages - stock.adobe.com)

3' di lettura

Giorgia Meloni sarebbe intenzionata a presentare una mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Salute Roberto Speranza, colpevole ai suoi occhi di essere il capofila dei rigoristi contrari alle aperture tutte e subito, o giù di lì. Vorrebbe ma, come certe castigate signore di buona famiglia, non può. Le mancano i numeri. Difatti una mozione del genere va sottoscritta da un decimo dei componenti della Camera o del Senato. E invece lei ha solo 36 deputati su 630 e 20 senatori su 321. Perciò l’iniziativa è abortita prima di nascere.

Il presidente di Fratelli d’Italia lo sa bene. Come sa che mozioni siffatte hanno fatto sempre un buco nell’acqua, tranne una.

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Ma lei non si scompone più di tanto e insiste. Perché?

Si deve sapere che fin dalla prima legislatura repubblicana le opposizioni hanno presentato mozioni di censura contro singoli ministri.

Il primo a essere impallinato senza successo fu il ministro della Difesa Randolfo Pacciardi. Grazie al voto segreto, che fino al 1988 ha fatto il bello e il cattivo tempo a Montecitorio e a Palazzo Madama, si confidava che il ministro censurato ma non apertamente sfiduciato togliesse il disturbo e, magari con lui, l’intera compagine ministeriale. Per evitare una simile iattura i presidenti del Consiglio, a cominciare da Amintore Fanfani, pararono il colpo, ponendo la questione di fiducia sul rigetto delle mozioni in parola. Perciò si votava non più a scrutinio segreto, ma per appello nominale, ossia a scrutinio palese. E il governo non aveva nulla da temere.

Ma le opposizioni non si accontentavano delle mozioni di censura. No, pretendevano di più: vere e proprie mozioni di sfiducia al singolo ministro, nonostante diversi costituzionalisti le ritenessero non conformi alla Costituzione in quanto il governo non è un salame che si possa tagliare a fette.

Finché l’allora presidente del Senato Francesco Cossiga mise tutti d’amore e d’accordo, a riprova che non si è un provetto democristiano per niente. Dette un colpo al cerchio e uno alla botte.

Così, nella seduta del 24 ottobre 1984, sulla base di un parere espresso a maggioranza dalla Giunta per il regolamento, Cossiga disse di sì alla mozione di sfiducia a un ministro, facendo contenta l’opposizione, ma aggiunse che la procedura sarebbe stata quella prevista dall’articolo 94 della Costituzione per la mozione di sfiducia al governo nel suo complesso.

Perciò va sottoscritta da almeno un decimo dei componenti della Camera, non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione e, soprattutto, va votata per appello nominale. E stavolta dette soddisfazione alla maggioranza. Regole poi codificate dal regolamento della Camera.

Tuttavia, delle innumerevoli mozioni di sfiducia a un singolo ministro da allora presentate solo una è stata approvata: quella votata nei confronti del guardasigilli Filippo Mancuso nella seduta del Senato del 19 ottobre 1995. Ma fu la maggioranza a presentarla e ad approvarla nei confronti di un ministro che, inviando gli ispettori alla procura di Milano, aveva contravvenuto all’indirizzo politico di governo. Perciò questa mozione in definitiva rappresentò il surrogato di quella revoca di un ministro da parte del capo dello Stato su proposta del presidente del Consiglio che la Costituzione espressamente non prevede. E nel successivo conflitto di attribuzione sollevato da Mancuso, la Corte costituzionale giudicò pienamente ammissibile la mozione al singolo ministro.

Tutte queste cose la Meloni, che non è un’ingenua diplomata dalle Orsoline, le sa bene. Ma insiste. Perché la sua è una partita di biliardo. Prende di mira Speranza per mettere in imbarazzo Salvini, aperturista sì ma non fino al punto di sottoscrivere la mozione e segare così il ramo ministeriale sul quale la Lega è appollaiata.

Tanto più che perfino Speranza si è adeguato al nuovo indirizzo di Draghi, aperturista con giudizio. E allora ecco la “filosofia” della Meloni nei confronti di un alleato che prende tempo sulla presidenza del Copasir e altro ancora: occhio per occhio, dente per dente. Ma facendo, furba com’è, gli occhi da cerbiatto. L’importante, si sa, è volersi bene.

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