IN PASSERELLA

La sfilata (non) è morta, viva i super show

Il fascino magnetico dell’andirivieni di modelle a passo sinuoso o marziale non cede il posto all’onda social e al mondo virtuale. Da Gucci a Dior, da Valentino a Prada e Missoni, scenografia e set contano sempre di più

di Angelo Flaccavento


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Metallico. Da questo spazio iper moderno voluto da Gucci per la collezione autunno inverno 2019-20 sono partite le immagini destinate a irradiarsi nello spazio immateriale del web

4' di lettura

La gente della moda ama i proclami trancianti, i voltafaccia brutali, l’entusiasmo cieco che segue il dettato della pancia a sacrificio del pensiero lucido e obiettivo. Periodicamente, ad esempio, travolti dalla fede assolutista per il nuovo che avanza, si invoca la fine imminente, o magari già avvenuta, delle sfilate, uno strumento di presentazione che, con i dovuti adattamenti e accorgimenti, è rimasto sostanzialmente invariato da che il sistema della moda è nato e si è affermato nel secolo scorso. Si propongono esperienze virtuali, video, film, perché più al passo con i tempi. L’efficacia però non è la stessa.

Sulla vetustà del mezzo, certo, c’è poco da obiettare: è un semplice dato di fatto. Sono cambiati forse i ritmi e le modalità, ma che si svolga nell’intimità raccolta di un atelier tra pochi astanti, come usava illo tempore e come qualcuno auspica si torni presto a fare, o che avvenga in una location esotica con set faraonico e trasmissione in live streaming, la sfilata è sempre quella: un andirivieni di modelle, ora a passo marziale, ora con incedere sinuoso e interpretato, su una passerella. Eppure non c’è see now buy now, entertainment e dilagare dei social che tenga: la sfilata vince ancora, perché riesce ad inglobare, plasmare e ridirigere tutte le urgenze ed esigenze del contemporaneo, facendole esplodere in una forma magnetica di intrattenimento totale.

Si pensi ad esempio a Gucci, il marchio che in anni recenti - dall’arrivo di Alessandro Michele a gennaio 2015 - ha meglio colto la frammentazione dell’immaginario collettivo, il bisogno atavico di storie ad alto impatto visivo, la multiculturalità di superficie che è il risultato stesso del pensiero digitale insieme alla totale cancellazione di ogni idea di prima e dopo, insomma di una cronologia storica. Ebbene, nonostante lanci un progetto sul web quasi ogni settimana, nonostante i murales, i meme, le collaborazioni con gli artisti e l’attivazione permanente di tutto il fronte della comunicazione, nonostante le campagne pubblicitarie, pure - l’ultima, davvero notevole, è una celebrazione del linguaggio d’antan della moda, quello che ha definito l’orizzonte condiviso dell’estetica dagli anni Sessanta ai Novanta - per Gucci ancora oggi tutto parte della sfilata. È lì che Alessandro Michele materializza la propria verve istrionica, il proprio gusto per reietti e beautiful freak, la tendenza a trasformare ogni look in una storia. È nello spazio sempre sorprendente di set macchinosi - costruiti o esistenti, come i Musei Capitolini - che tutto prende vita, in diretta, per riverberare immediatamente, ad infinitum, nello spazio immateriale del web.

Eccolo il primo punto di forza della sfilata: è un evento irripetibile, un rito, cui può accedere solo un numero selezionato di invitati. Gli altri, gli esclusi che aspirano ad esserci, guarderanno online, ma non è la stessa cosa: i vestiti sono oggetti vivi, che vanno contemplati su corpi in movimento, accompagnati dalla musica, ambientati nel set che è parte essenziale del racconto. Ed è proprio in questo aspetto di spettacolarizzazione estrema che la sfilata ha trovato nelle ultime stagioni la propria nuova ragion d’essere, e una rinnovata centralità, all’epoca dello storytelling sovrano e dei contenuti - chiamiamoli così - sparati fuori a getto continuo: è una fabbrica virtualmente infinita di post, video, storie. I quindici minuti o anche meno di un megashow, con quel che comporta in termini di spesa, sono ampiamente ripagati dal traffico virtuale che sono in grado di generare e mantenere, ad un punto tale che oggi le sfilate, un po’ come le mostre nelle quali la selfie station è diventata prassi ineludibile e facilitatore di blockbuster, sembrano pensate in primo luogo per la resa che possono avere su Instragram, terreno di scontro e metro di giudizio del presente ipervisivo. I vestiti contano il giusto, perché è lo spettacolo che comanda. Il recente show parigino di Dior uomo, ad esempio, con la quinta dipinta di rosa bubblegum e le installazioni di archeologia futura create dall’artista Daniel Arsham, sembrava proprio pensato in funzione del posting, che infatti è stato imponente.

Il super show, che nelle sue propaggini estreme è la sfilata faraonica extra moenia e fuori calendario delle collezioni resort, è lo strumento du moment. Una delle prime e più intelligenti promotrici, ben prima che lo strapotere dei social li facesse diventare una esigenza, è stata però Miuccia Prada, che attraverso la collaborazione ormai decennale con Rem Koolhaas ha esplorato in lungo e in largo le possibilità narrative dell’ambiente come amplificatore del racconto di collezione. Il tipo di show che oggi va per la maggiore è altamente grandioso, dunque, tanto da aver reso la sfilata intima una scelta radicale e controcorrente. Però non è detto che vincano solo le fabbricazioni faraoniche. La sintesi scenica può essere ugualmente efficace: pochi elementi, ben calibrati, come i versi del poeta Robert Montgomery trasformati in slogan luminosi (Valentino) o lo spazio vuoto inondato dal blu surreale di una luce chroma key (Missoni).

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