casi editoriali

La Shoah, l’identità e la colpa dei tedeschi

di Giulia Crivelli


Il saggio di Rolf Peter Sieferle è in testa alle classifiche di vendita: è edito dal piccolo editore Antaios

3' di lettura

Finis Germania è da molti mesi un best seller e sta facendo la fortuna di un piccolo editore di un paesino della Sassonia, Steigra, meno di 1.500 abitanti. Il catalogo di Antaios Verlag conta un centinaio di titoli, tutti di nicchia. Finis Germania invece ha superato le 50mila copie, con una distribuzione pressoché clandestina perché la maggior parte delle librerie tedesche non lo vende. Non certo per il prezzo: costa 8,50 euro. Il settimanale Der Spiegel e il quotidiano Sueddeutsche Zeitung lo hanno tolto dalle rispettive liste dei best seller ed elenchi di consigli di lettura. Sulla classifica di saggistica di Amazon.de il libro è invece al primo posto e chi è iscritto al servizio Prime lo può ricevere a casa, in tutta Europa, in due giorni. Antaios lo sa e lo scrive nel catalogo ma aggiunge: «ordinatelo da noi!» e per la fine di agosto è annunciato un numero speciale del mensile della casa editrice («Sezession», un nome, un programma), intitolato «Sieferle lesen».

Rolf Peter Sieferle è l’autore di questo librino (11 centimetri x 15) di 106 pagine. Nel 2016, a 67 anni, si è tolto la vita dopo aver scoperto di avere una forma incurabile di tumore. Finis Germania contiene una stringata biografia di Sieferle e una breve postfazione di Raimund Kolb, il più rispettato sinologo tedesco, membro della Berliner Wissenschaftlichen Gesellschaft, importante associazione di scienziati della Germania e, last but not least, amico di Sieferle; in mezzo ci sono quattro scritti: Finis Germania, Paradoxien der Zeit, Mithos VB e Fragmente. Rolf Sieferle studiò e insegnò storia per tutta la vita: scrisse alcuni saggi e nel 2017 è uscito anche Das Migrations Problem. Era rispettato anche dai colleghi accademici che la pensavano diversamente e, come tutte le persone tedesche di grande cultura, conosceva benissimo greco e latino. Allora perché l’apparente svista grammaticale Finis Germania e non Germaniae? Non lo spiegò mai. Perché sì, sembrò dire. La fine Germania, profetizzava Sieferle, non della Germania.

Lo storico non era ebreo, però aveva sposato un’ebrea. Non basta ai suoi detrattori, i quali forse hanno ragione a contestare le teorie espresse soprattutto nel capitolo che dà il titolo al libro, che è un duro attacco al multiculturalismo e alle politiche migratorie del governo di Angela Merkel. Ma quando si concentrano sull’antisemitismo, non sono poi così convincenti. Cosa ha detto di tanto scandaloso Sieferle? Primo: che la società tedesca e i suoi membri “originari” stanno perdendo la loro identità culturale. Secondo: che c’è una colpevole ignoranza dei valori della storia del Paese e degli uomini (e di qualche donna) che lo hanno fatto grande. Sieferle non sente orgoglio per la stabilità politica ed economica della Germania, né per il suo essere la locomotiva d’Europa. Non è particolarmente impressionato dal tasso di quasi piena occupazione. Non si esalta per gli elogi che piovono su Angela Merkel come unico statista del vecchio continente. Non gioisce – da uomo di destra con un passato giovanile di sinistra potrebbe anche farlo – delle difficoltà dei partiti di centro sinistra né lo consola che molti giovani simpatizzino per la Cdu e non per i Verdi o la Spd. La campagna contro Finis Germania è legata soprattutto ad altro. Sieferle ha infranto il più forte dei tabù tedeschi, sostenendo che è ora di mettere da parte il senso di colpa nazionale e individuale per la Shoah. Questa idea ne farebbe un antisemita.

Chiunque sia nato nel dopoguerra e abbia sangue tedesco nelle vene forse si è chiesto almeno una volta: cosa avrei fatto nella Germania di Hitler? Sarei stato un suo sostenitore della prima ora? Mi sarei ricreduto al crescere dell’antisemitismo? Avrei cercato di salvare degli ebrei o avrei scelto l’indifferenza o l’autoinganno? Come è potuto succedere? Avrebbe potuto andare diversamente? Devo sentirmi, comunque, complice di quello che è successo? La risposta che Sieferle dà a questa ultima domanda è no, dopo decenni di studi, di esperienza e osservazione del mondo. No, non mi sento in colpa e non dovrebbe sentirsi, a priori, in colpa né complice alcun tedesco. Non sentirsi in colpa non significa in alcun modo dare la colpa a qualcun altro, argomenta Sieferle. Né sminuire la Shoah, né smettere di considerarla una tragedia della storia dell’homo sapiens. Non sentirsi in colpa non significa smettere di combattere l’antisemitismo né cessare di indagare il cuore di tenebra degli esseri umani.

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