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La siccità spinge l’agricoltura indoor

Nelle serre verticali viene consumato il 2% dell’acqua rispetto alle coltivazioni tradizionali eliminando pesticidi e fertilizzanti. Le previsioni parlano di un mercato mondiale da oltre 22 miliardi di dollari nel 2026. In Italia manca il riconoscimento legislativo univoco

di Maria Teresa Manuelli

(Wirestock - stock.adobe.com)

4' di lettura

In uno scenario in cui le emergenza ambientali e le conseguenze del cambiamento climatico in atto stanno aprendo la strada a nuove modalità di coltivazione, il mercato dell'agricoltura indoor e del vertical farming è in forte espansione. «Le vertical farm – ha dichiarato Stefania De Pascale, docente dell’Università di Napoli Federico II all'ultima edizione di Novel Farm a Pordenone – crescono a un ritmo esponenziale, soprattutto in Nord Europa e nei Paesi asiatici. Le previsioni per il 2026 parlano di un mercato da oltre 22 miliardi di dollari». Ed è notizia recente l'inaugurazione a Dubai della più grande vertical farm del mondo: 40 milioni di dollari investiti e una superficie di 30mila mq complessivi.

In Italia, però, nonostante vantiamo vere e proprie eccellenze produttive e tecnologiche, il fuorisuolo, l’idroponica e il vertical farming restano settori ancora penalizzati dalla normativa, dove non esiste ancora un riconoscimento legislativo univoco. «È difficile anche fare un censimento delle realtà che vi operano – spiega Marco Giampieretti, costituzionalista dell'Università di Padova ed esperto di diritto dell'ambiente e del patrimonio industriale – poiché si tratta spesso di start up poco strutturate e non qualificabili senza parametri univoci. Un freno allo sviluppo che con tanta indefinitezza fatica a trovare investitori e fondi».

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Un gap che finora si è colmato solo a livello locale. A fine ottobre la Lombardia ha riconosciuto con una legge regionale la natura giuridicamente agricola delle vertical farm, anche realizzate in ambito urbano e periurbano e in edifici esistenti. Sembra che anche altre regioni stiano pensando di seguire le orme lombarde. Si parla di Campania (nella piana del Sele ormai sono circa 3mila le aziende specializzate in coltivazioni in serra, anche idroponiche), Veneto e Marche. Resta da vedere se le eventuali legislazioni locali seguiranno uno schema comune o c'è il rischio di creare un panorama legislativo frammentato e non coordinato lungo la Penisola.

A livello centrale, sempre a fine ottobre, è stata finalizzata una bozza di Decreto interministeriale che dovrà essere approvata a Bruxelles. Dalla bozza emergerebbe una divisione tra IV gamma (verdure a foglia lavate pronte da consumare), I gamma “evoluta” (verdure pronte da consumare ma da lavare) e prodotti da vertical farming (verdure pronte al consumo non lavate). Questi ultimi dovranno essere etichettati diversamente e posti in comparti divisi dagli altri, con pannelli esplicativi per il pubblico e non potranno essere arricchiti con altri ingredienti.

«Anche a livello europeo – prosegue Giampieretti – ci si sta muovendo per sostenere questa attività, ma scontiamo ancora l'assenza di una etichettatura specifica per identificare i prodotti e aiutarne la commercializzazione». Tra le problematiche c’è anche quella dell’impossibilità di fare ricadere la coltivazione fuorisuolo all’interno del biologico. La recente normativa europea, entrata in vigore quest'anno, collega infatti la definizione di biologico strettamente alla coltivazione del suolo.

Eppure i vantaggi portati dalle coltivazioni verticali sono molteplici. In primo luogo la possibilità di produrre cibo ovunque nel mondo e vicino ai consumatori. «È una coltivazione che si inserisce perfettamente anche in contesti urbani e residenziali, poiché non produce rumori o inquinanti. Nel 2019 è stato firmato un protocollo per promuovere il vertical farm in Italia. Tra i firmatari Coldiretti Padova, Parco Scientifico e Tecnologico Galileo, Enea, Idromeccanica Lucchini, Gentilinidue e Advance, ovvero il gruppo di spin-off dell'Università di Padova».

Altro vantaggio è l'utilizzo responsabile delle risorse naturali. Acqua in primo luogo. Con il vertical farming l'impiego di acqua «è pari a solo il 2% rispetto a una coltivazione tradizionale, con la possibilità di riciclo e riutilizzo della stessa», come spiega Thomas Ambrosi, fondatore di Ono Exponential Farming, start up attiva nel settore dell'agritech, ideatrice di una piattaforma modulare completamente automatizzata. Le tecnologie messe a punto dalla start up premettono inoltre di abbattere ulteriormente i costi, con risparmi di almeno il 30% sui valori di investimento strutturale, riduzione del 70% dei consumi elettrici, risparmio del 95% dei costi del personale, poiché in grado di svolgere tutte le funzioni per la crescita dei vegetali senza l’impiego dell’uomo. «Il livello di produzione – prosegue Ambrosi – è di circa il 300% superiore alle tecnologie di vertical farming attualmente presenti sul mercato».

Anche il consumo energetico va via via riducendosi. «L’energia è un tasto dolente – ha proseguito Stefania De Pascale –. L’elettricità rappresenta il 90% dei costi variabili nelle vertical farm e il 30% dei costi produttivi totali». «Un dato che negli anni si sta abbassando di molto – ribatte Marco Giampieretti –, grazie all'utilizzo di Led o di fonti alternative come il fotovoltaico, l'eolico e le maree come accade già in Olanda, per esempio».

Non solo risparmio di risorse ma anche di pesticidi e fertilizzanti. Su questo aspetto si è distinta una eccellenza italiana. Planet Farms, azienda di Cavenago (Mi) leader nel vertical farming in Europa, ha vinto il progetto LIFE della Commissione Europea dimostrando come, mediante il proprio metodo di coltivazione, sia possibile risparmiare grandi quantità di acqua e senza utilizzare fitofarmaci.

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