A TAVOLA CON SUOR RITA GIARETTA

La silenziosa lotta alla schiavitù di strada di suor Rita, Sorella Africa

di Paolo Bricco


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Illustrazione di Ivan Canu

6' di lettura

«Queste ragazze non sono “poverine”. La logica delle “poverine” non funziona e va rifiutata. L’assistenza psicologica e materiale pura e semplice crea dipendenza e fissa per sempre una condizione di minorità. Queste ragazze vanno sorrette, accudite e amate. E vanno aiutate a costruirsi una identità e a trovare un lavoro. Solo così troveranno un posto nel Mondo. Loro sono un grande specchio di noi. Il Nord e il Sud della Terra. La paura e il coraggio del nostro Paese. Ma, anche, gli uomini e le donne dell’Occidente».

Lei è suor Rita Giaretta, l’orsolina del Sacro Cuore di Maria di Vicenza che, nel 1995, raggiunse Caserta per realizzare per prima, con tre consorelle, il contrasto alla tratta delle africane finite sulle nostre strade a saziare gli appetiti dei maschi italiani.

Loro sono le ragazze strappate alla schiavitù costruita sui debiti contratti per venire in Europa, sulla sottrazione dei documenti da parte dei criminali della mafia nigeriana e sulla sottomissione con il voodoo alle madame.

Casa Rut è al primo piano di un palazzo nel centro della città, tre appartamenti uniti in un unico ambiente e una piccola cappella per pregare, le stanze confortevoli e nell’aria l’odore della pancetta che sfrigola quasi pronta per la pasta alla carbonara, una ragazza che fa i compiti per imparare l’italiano sulla terrazza piena di fiori e il telefono che squilla per dare conto della salute di un bimbo in ospedale: «All’inizio i vicini non ci volevano, adesso vengono qui a fare le riunioni di condominio, affidano alle nostre ospiti i loro bimbi e i loro anziani», dice con un sorriso suor Rita. Che sorride meno quando pensa all’Italia di oggi: «Non mi piace chi, nella vita pubblica, fabbrica la paura e alimenta il rancore per interesse politico e chi non predispone soluzioni razionali prima che umane ai problemi del nostro tempo».

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Suor Rita è a capotavola. Alla sua destra c’è suor Assunta. Alla sua sinistra ci sono io. Davanti a me sono sedute – serie e sorridenti, compite e silenziose – Maty, Maris, Mercy, Joy e Stella. Dal mio lato della tavolata si trovano suor Nazarena, una giovane americana di nome Elena e Sara, operatrice di Casa Rut e della New Hope, la cooperativa sociale in cui queste donne tagliano e cuciono i tessuti africani trasformandoli in borse e zaini, teli per il mare e cappelli perché lasciare la strada è solo il primo passo, altrettanto importante è avere una occupazione, non solo la verità ma anche il lavoro renderà tutti liberi. «Prendere i pezzi, armonizzarne i colori e cucirli – spiega suor Rita – è un lavoro ma è anche una metafora delle loro vite che vanno ricomposte e rammendate».

Il cibo è cucinato da Honey, una di loro. Le portate vengono collocate su un carrello. Ci serviamo da soli. La pasta alla carbonara è deliziosa, con una pancetta affumicata delicatissima. Suor Assunta versa acqua minerale a me e vino a suor Rita, che quasi mi strizza l’occhio: «Siamo venete, il vino ci piace».

Sono passati ventitré anni dall’arrivo a Caserta. «Scendemmo in due in pulmino da Vicenza nel marzo del 1995. Era la prima volta che io lasciavo il Veneto. Il programma della Conferenza Episcopale Italiana di quel decennio era orientato all’amore preferenziale per i poveri. Il vescovo di Caserta era Raffaele Nogaro, il “padre dei migranti”. L’anno prima c’era stato l’incendio del ghetto di Villa Literno. La chiesa di monsignor Nogaro era una chiesa che si sporcava le mani con la realtà dedicandosi alle “creature del bisogno”. Era molto simile alla chiesa di papa Francesco in cui tanto mi riconosco e che tanto amo. Nogaro ci appoggiò in tutto. E apprezzò il nostro atteggiamento: non volevamo né insegnare né imporre dall’alto nulla a nessuno».

Caserta non è Vicenza. «All’inizio volevamo muoverci con i mezzi pubblici. Che, però, qui non funzionano. Allora ci procurammo delle biciclette usate. Un giornale locale pubblicò la nostra foto con il velo e titolò simpaticamente: “Sono arrivate le suore in bicicletta”. Poi,comprammo una Fiat Panda. In un attimo ce la rubarono. Ne prendemmo un’altra. Si volatilizzò anche quella. Ci spiegarono che erano le più ricercate e che, in un lampo, venivano smontate e rivendute pezzo a pezzo. Ripiegammo su una Rover, che nessuno toccò più».

La Campania – il nostro Sud - è una terra vitale e dura, elementare e complessa, piena di violenza e di amore. Suor Rita e le sue sorelle fanno amicizia e stringono collaborazioni con i padri comboniani di Castel Volturno e con i volontari dell’associazione Jerry Masslo di Casal di Principe. A Caserta si trova un carcere femminile. «La prima ragazza che ospitammo con l’affidamento in prova – ricorda – si chiamava Atika, una marocchina musulmana laureata in legge finita in prigione perché il compagno custodiva droga in casa. Oggi è tornata in Marocco, dove ha un allevamento di tacchini e polli».

L’8 marzo 1997 suor Rita, suor Anna e due amiche di nome Angela e Maria Grazia riempiono il bagagliaio della loro Rover con 40 vasetti di piantine di primule, si dirigono verso il vialone Carlo Terzo e la provinciale per Benevento e si fermano dalle ragazze sulla strada per regalarglieli. «Era la giornata della donna. Sui bordi delle strade, copertoni e frigoriferi. E, poi, loro. Immondizia e immondizia. Ci avvicinammo. Alcune scappavano. Ma poi tornavano. Alcune avevano paura. Altre erano felici. Venivano dall’Africa, soprattutto dalla Nigeria, e dall’Europa dell’Est, in particolare dall’Albania». Ogni vasetto di primule è accompagnato da un biglietto su cui è scritto in italiano, inglese e francese: «Cara amica, con questo gesto vogliamo farti capire che qualcuno pensa a te con amore». Tutte le settimane le quattro, sulla loro utilitaria, tornano sulle strade, su su fino alla Domiziana. Portano tè e caffè, una Bibbia e un rosario. «Un giorno una di loro, si chiamava Faith, salta sulla macchina e inizia a urlare: “Help me! Help me!”. Noi acceleriamo e la portiamo a casa. Oggi Faith vive in Inghilterra, ha una famiglia e due figli grandi».

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Da allora, a Casa Rut sono passate 500 donne. Qui sono nati 80 bambini. E, col tempo, è cambiato il metodo di lavoro. «Andare in strada era troppo pericoloso. Non solo per noi, ma anche per le ragazze. Quasi subito abbiamo preferito lavorare con la polizia, i carabinieri e gli ospedali. Più il passaparola. Bisogna operare bene il bene. Con metodo ed efficacia». Suor Rita lo chiarisce con la precisione della ex sindacalista della Cisl di Vicenza, attività che ha svolto prima di diventare novizia, quando per dieci anni ha lavorato in una clinica privata: «Prima cosa: noi ospitiamo non più di dieci donne per volta. Di più non faremmo bene. Se non abbiamo posto, orientiamo chi ha bisogno in altre strutture. Seconda cosa: noi non siamo il pronto intervento. Non ci occupiamo, per esempio, di alcolismo e di tossicodipendenze. Bisogna sapere dire dei no, per riuscire a dire bene i sì».

Suor Rita e io ci alziamo per prendere il secondo: carne di pollo infarinata e cotta nell’olio, ma senza uovo, e una mozzarella di bufala regalata da amici. Lei è vestita con una polo azzurra, ha i capelli bianchi ed è animata da una energia che ricorda la particolare intensità degli uomini (e delle donne) di fede del Sud, come don Tonino Bello che trovava il “Dio in clandestinità” nel “volto spaurito degli oppressi, nella solitudine degli infelici, nell’amarezza di tutti gli uomini della Terra”. Suor Rita quasi si scusa per la compostezza severa delle sue ragazze: «Per loro stare a tavola assomiglia a un rituale religioso. Fin dal mattino, qui, è tutto un cantare. Ma, a tavola, dicono poche parole». Sorride spesso. Ma, mentre mangiamo una insalata di pomodori con i ravanelli, si rabbuia: «Ma cosa capita nella testa degli uomini? Pagano 10 euro e stabiliscono un potere assoluto sulle ragazze, non importa se le danno uno schiaffo o una carezza, la verità è quella. I maschi, anche quelli che non pagano i 10 euro, devono pensarci».

Nel carisma di suor Rita non si trova traccia di autocompiacimento. La sua spiritualità nasce dall’amore semplice e dal servizio concreto per gli altri. Mentre prendiamo ancora un pezzettino di mozzarella di bufala, arriva un sms da Blessing Okoedion, una ragazza di Casa Rut che ha raccontato la sua esperienza nell’autobiografia Il coraggio della libertà (pubblicata dalle Edizioni Paoline Libri e scritta con la giornalista di Mondo e Missione Anna Pozzi, prefazione della scrittrice Dacia Maraini). Blessing è a Washington al Dipartimento di Stato: fra poche ore sarà presentato il Trafficking in Persons Report, il rapporto annuale sul traffico degli esseri umani, e Blessing e altre otto persone riceveranno da Mike Pompeo, ex capo della Cia e attuale segretario di Stato, il titolo di “Heroes”, assegnato dall’amministrazione americana a chi si è distinto nel contrasto a quello che papa Bergoglio ha definito «uno dei più vergognosi fenomeni che sfregia la faccia della umanità». Suor Rita mi legge il messaggio di Blessing: «Ciao mamma, io sto bene, oggi è un grande giorno specialmente per Casa Rut e per tutto il lavoro che fa per restituire la dignità a tante donne emarginate. Grazie di tutto».

Beviamo il caffè. «Qui a Caserta lo fanno fortissimo. Ti lascio la prima tazzina della moka, che è la più leggera. Vuoi dello zucchero?». Sì suor Rita, il caffè è forte e la vita è amara, ma a Casa Rut è tutto un poco più dolce.

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