L’EDITORIALE

La sindrome bipolare che grava sull’impiego

di Alberto Orioli

(Jan Woitas/picture-alliance/dpa/AP Images)

3' di lettura

Il lavoro italiano è affetto da sindrome bipolare. E il bacino di oltre un milione di lavoratori che in tre mesi dovrebbero entrare nel mercato è lì a confermarlo. La prima lettura doppia è che il lavoro manifatturiero si riduce nel numero del potenziale, ma aumenta nel valore qualitativo delle possibilità d’impiego e che l’occupazione dei servizi cresce in quantità, ma propone un uso sempre più banalizzato del personale.

È la polarizzazione tra l’industria 4.0, disegnata dalle catene globali del valore dove la produttività aumenta in modo esponenziale e dove le tecnologie sono usate al massimo livello di complessità, e il mondo dei servizi derivato dalla logistica dell’e-commerce, dove convivono algoritmi, persone, biciclette, ma anche siti di stoccaggio iper-automatizzati con lavoro umano e lavoro robotizzato uniti da una inedita forma di simbiosi. L’impresa industriale cerca ingegneri, specialisti in fisica e chimica, informatici nelle diverse sotto-specializzazioni legati allo sviluppo dell’impresa sul web dal data protection manager all’esperto di blockchain. Nel terziario servono addetti alle venite, chef e autisti.

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Il bipolarismo scatta anche quando si scopre che almeno il 6% dell’occupazione totale (dati Ocse) è coperta da chi non ha sufficiente formazione per svolgere le proprie mansioni e che il 18% degli occupati svolge invece un lavoro molto al di sotto del proprio titolo di studio o della propria effettiva qualifica di riferimento. Nel complesso in Italia il 35% delle persone svolge un lavoro che non ha nulla a che fare con il proprio curriculum di studi. Questo strabismo strategico riguarda l’incomunicabilità antica tra percorsi della formazione e sbocchi nel mercato del lavoro.

Anche la fotografia dei sommersi e dei salvati ha la sua chiave di lettura in una sorta di paradossale doppia verità: da un lato il personale non qualificato (il più generico in assoluto) che dal 2011 al 2016 cresce dell’11,9%, dall’altro i dirigenti e gli imprenditori crollati del 10,1% nello stesso periodo di riferimento. Al boom di assunzioni per vendita e servizi personali (+10,2%) fa pendant il calo di operai qualificati e artigiani (-11%). Un Paese che scommette tutto sugli operai generici non ha ancora completato il salto di qualità nelle tipologie di produzione e tra l’altro crea una “gabbia” - come la chiama il Censis - in cui il lavoratore non può aumentare mai la caratura del proprio percorso professionale.

Che Paese è, se non bipolare, quello che “esporta” 5mila infermieri un po’ in tutta Europa e ne “importa” 3mila dagli stessi Paesi dell’Unione? Un altro dei paradossi del lavoro italiano, soprattutto se si pensa che, nei soli prossimi tre mesi, il mercato chiederà almeno 20mila nuovi occupati proprio in questo settore.

L’Italia è bipolare anche quando non ha sufficienti laureati e i pochi che forma in parte significativa li fa fuggire all’estero: siamo penultimi in Europa per scarsità di laureati (ultima è la Romania), oggi un giovane su 5 finisce gli studi terziari, la media Ue è di uno su 2,5. Tra i giovani laureati però resta una disoccupazione del 15,3%, capitale umano pregiato senza sbocchi concreti. E oltre 100mila laureati in pochi anni hanno deciso di superare i confini. Tendenza in fase di fortissima accelerazione: nei sondaggi il 50% dei giovani risponde che vorrebbe andare fuori dall’Italia. Ancora una volta questo interroga chi deve gestire i programmi di formazione, l’assistenza nella ricerca di un impiego, il supporto quando se ne deve cercare uno dopo essere diventati disoccupati.

Ma ciò che più colpisce è il bipolarismo (nel senso della sindrome) che separa il dibattito pubblico sui temi del lavoro e il quadro della realtà vissuta da chi lo cerca e chi lo offre. Se la maggioranza esulta per un emendamento alla manovra che riduce da tre a due anni la durata massima dei contratti a termine, significa guardare il dito e non la luna che indica. Un parlar d’altro ad uso di qualche polemica da campagna elettorale di quart’ordine. Un po’ come quando ci si accanisce sul lavoro alla domenica.

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