Serie Tv

La sinfonia viaggia oltre la pandemia

Station eleven. La serie postapocalittica di Somerville racconta una compagnia viaggiante di artisti che soddisfa il bisogno primario di arte espresso dalla gente. Un po' troppo artificiali gli intrecci, ma il racconto è godibile per molti aspetti

di Gianluigi Rossini

 Mackenzie Davis è Kirsten

2' di lettura

Non è facile, in questo momento storico, aver voglia di vedere una miniserie in cui una pandemia di influenza letale uccide il 90% della popolazione mondiale, causando un collasso della civiltà. Eppure Station eleven (HBO max, da noi ancora inedita) offre una versione così peculiare e interessante del postapocalittico che vale davvero la pena di provarci.

Tratta da un romanzo omonimo di Emily St. John Mandel

Liberamente tratta da un romanzo omonimo del 2015 di Emily St. John Mandel, la serie inserisce alcuni richiami all’attualità pandemica (ospedali sovraccarichi, mascherine, quarantene), ma la storia per fortuna non nulla ha a che fare con il Covid-19.

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Nei postapocalittici al crollo dell’ordine costituito segue il dominio di violenza e sopraffazione, i protagonisti devono lottare ogni minuto per la sopravvivenza, i conflitti drammatici girano intorno alla scelta tra solidarietà e barbarie. In Station eleven, invece, è centrale il ruolo dell’espressione artistica, della narrazione, dell’intrattenimento, bisogni umani altrettanto primari. La protagonista Kirsten è un’attrice della Travelling symphony, Sinfonia viaggiante, una compagnia teatrale itinerante il cui motto è «sopravvivere non è abbastanza».

Lago Michigan

La Sinfonia compie ogni anno lo stesso giro intorno al lago Michigan, mettendo in scena un repertorio rigorosamente shakespeariano per piccole comunità rurali che aspettano con eccitazione il suo ritorno. Meritano una menzione i geniali costumi di scena usati negli spettacoli, ricavati da materiali di scarto: tende, guanti da sci, rotoli di carta igienica.

È una serie con molti difetti: il racconto si svolge su più linee spazio/temporali e spesso l’incastro tra i vari livelli narrativi è artificiosamente intricato; i paralleli tra teatro e vita sono serviti con mano piuttosto pesante; verso il finale si esagera con le coincidenze. Eppure il mondo messo in piedi da Patrick Somerville è incredibilmente affascinante, e verrebbe voglia di saperne di più.

Forse Station eleven avrebbe funzionato meglio come una serie vecchio stile: avrei seguito volentieri molti episodi sulle tappe percorse dalla Sinfonia viaggiante, sugli altri attori e accoliti vari, sulle nuove comunità umane.

Station eleven, Patrick Somerville, HBO max, inedita

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